Le ingerenze straniere nelle elezioni in Kirghizistan

Askar Juranbekov*
 
Nonostante gli annunci e i buoni propositi su una consultazione pienamente democratica, le recenti elezioni presidenziali in Kirghizistan si sono caratterizzate – come già accaduto in passato – per numerose violazioni procedurali. Innanzitutto si è assistito al palese tentativo, da parte di politici già in carica, di spalleggiarsi o contrastarsi a vicenda senza un reale progetto sul futuro del Paese e sulla sua prosperità. In secondo luogo, si sono registrati tentativi di destabilizzazione del contesto politico e di influenzare indebitamente le elezioni stesse.
 
Secondo numerosi osservatori stranieri, la piccola repubblica centroasiatica si caratterizza per un sistema politico imprevedibile, segnato da una intrinseca condizione di instabilità strutturale. Eventi passati quali le cosiddette “rivoluzione dei tulipani” o “rivoluzioni di aprile”, che hanno portato a drastici cambiamenti al vertice, sono ancora oggi alla base della scarsa propensione di operatori economici stranieri a investire nel Paese, malgrado i tentativi di democratizzare pacificamente la società. E che la scia di tali eventi controversi condizioni tuttora la situazione del Kirghizistan è dimostrato proprio dalle recenti elezioni presidenziali.
        
Da una parte, era palpabile il desiderio che per la prima volta in molti anni la competizione per lo scranno più alto delle istituzioni avvenisse in un contesto di trasparenza e civiltà, con elezioni democratiche e regolari. Il popolo del Kirghizistan avrebbe avuto così l’opportunità di scegliere consapevolmente una forza politica alla guida del Paese che ne orientasse lo sviluppo negli anni a venire. Un esempio concreto di questo spirito, a mio parere, è stata l’alleanza costituita da Omurbek Babanov e Bakit Torobayev, che hanno unito le proprie forze promettendo riforme per migliorare la situazione del Paese. Essi hanno rappresentato l’opposizione al candidato del Partito socialdemocratico del Kirghizistan, Sooronbay Zheenbekov, filo-governativo ed espressione dell’establishment al potere.
 
In questo contesto si è intravista la longa manus di Mukhtar Ablyazov, l’ex oligarca scappato dal Kazakhstan con accuse di corruzione, che già l’anno scorso aveva pubblicamente ammesso di aver finanziato i disordini politici della primavera del 2010, e la cui azione ha ricalcato il medesimo copione. Nel corso della campagna elettorale, su molti media locali si potevano leggere titoli come “Babanov non riuscirà comprare tutti”, “Omurbek Babanov bugiardo senza scrupoli”, “Babanov, un uomo interessato solo al potere personale”, che appunto intendevano screditare e delegittimare completamente il candidato d’opposizione.
         
Nei mass media cartacei così come nella rete, si sono profusi tanti sforzi da parte di giornalisti e blogger prezzolati per cercare di convincere i cittadini kirghisi che l’opposizione al potere non rientrasse nella fisiologica competizione democratica, ma si inquadrasse in una forma di tribalismo e di lotta clanica tendente a mettere una parte del Paese contro l’altra, il Nord contro il Sud.
 
Il risultato è invece che in molte regioni del Kirghizistan si sono avuti appelli di disobbedienza civile da parte di comuni cittadini contro le autorità a seguito del verdetto delle urne. Sono infatti stati denunciati casi di intimidazione aperta da parte dei sostenitori del candidato presidenziale, spesso messi a tacere dal potere stesso, sminuendo il significato che tali avvenimenti hanno avuto sullo svolgimento delle elezioni. Vi sono stati anche casi in cui gli agitatori “anti-Babanov” hanno ricevuto sostegno dall’estero nel tentativo di interrompere i meeting di questo candidato alla presidenza con la popolazione locale nelle regioni meridionali del Paese.
 
Secondo alcune fonti, nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni si stavano preparando dei disordini per le strade della capitale Bishkek con la possibilità di estromettere gli avversari di Zheenbekov e con il presumibile ricorso alla repressione militare, che avrebbe causato sicuramente anche un certo numero di vittime. E dietro questa operazione ci sarebbe appunto Mukhtar Ablyazov, che pare abbia nuovamente scelto il Kirghizistan come terra d’elezione per dimostrare il suo talento nel foraggiare i disordini politici, dopo averci provato senza successo nel suo stesso Paese d’origine.
        
L’interessamento di Ablyazov in Kirghizistan si spiega anche con le sue vicissitudini finanziarie. Com’è noto, egli è stato giudicato colpevole di numerosi illeciti dai giudici di diversi Paesi (dal Regno Unito allo stesso Kazakhstan) e molte delle sue risorse sono state congelate o avocate dello Stato kazako. Di conseguenza, risulta per lui più difficile svolgere attività e reperire capitali. In molti Paesi d’Europa, così come in Kazakhstan, in Russia e in Ucraina, la sua reputazione è così compromessa che difficilmente potrà trovare strade aperte. Il Kirghizistan appare invece una buona piattaforma per acquisire potere, denaro e influenza, soprattutto nella misura in cui egli riuscisse appunto a sostenere governi anche corrotti e contro la volontà democratica del popolo, ma che gli consentano di riacquisire posizioni di potere.
        
Si è visto come in Ucraina le autorità politiche uscite dalla rivoluzione di piazza Maidan abbiano condotto il Paese sull’orlo del disastro economico e della frammentazione etnopolitica. La classe dirigente ucraina attualmente potrebbe essere descritta anch’essa con le categoria dell’oligarchia, di cui fanno parte anche coloro che non hanno più la loro residenza nel Paese ma sono riusciti ad accaparrarsi ciò che prima era proprietà dello Stato. E ancora oggi nulla di buono sembra profilarsi per questo paese, lacerato tra lotte intestine mentre le condizioni di vita della popolazione non accennano a migliorare. In questa stessa vicenda del Maidan Ablyazov non è esente da responsabilità, essendo poi stato ricompensato di risorse derivanti dal bilancio pubblico dello Stato per progetti che non hanno mai visto la luce, spesso con la connivenza del governo di Kiev.
 
Il Kirghizistan è invece un Paese piccolo ma ricco di risorse (acqua, uranio, oro). Una parte di esse è finita in mani straniere, ma una consistente fetta resta in mano allo Stato oppure a imprenditori locali. E non si può quindi escludere che l’ingerenza in quelle che potevano essere le prime elezioni veramente democratiche del Kirghizistan  fosse motivata dal desiderio di impadronirsi direttamente o indirettamente (attraverso fiduciari) di tali risorse. Né che si profili uno scenario di tipo “kazako”, cioè basato sulla stessa modalità operativa che la sua banca ha avuto in Kazakhstan, accumulando creditori e poi abbandonando il Paese. Se così avvenisse anche a Bishkek, per il popolo kirghiso ci vorrebbero decenni a onorare i debiti che egli lascerà nel Paese.
 
Non si può neanche escludere che Ablyazov goda del sostegno di alcune forze in Occidente, che potrebbero guardare con favore ad una ulteriore destabilizzazione della situazione politica in Kirghizistan, anche perché ciò significherebbe puntare una spina nel fianco alla Russia. L’Asia centrale come regione geopolitica è pur sempre infatti sempre parte dell’arco di instabilità di brzezinskiana memoria. C’è da essere fieri della vitalità dimostrata dal popolo kirghiso e auspicarsi che di fronte a ciò il nuovo presidente voglia lavorare a beneficio dei cittadini. Va notato tuttavia che l’amministrazione pubblica ha utilizzato tutti gli strumenti a sua disposizione per sostenere il candidato filo-governativo Sooronbay Zheenbekov, come dimostrano tra l’altro i risultati dei digital forensic svedesi, secondo cui i server governativi del Kirghizistan ospitavano anche siti non legati al governo e che però hanno appositamente lavorato per influenzare gli elettori durante la campagna elettorale.
                                                                                     
Non può stupire in questo contesto la vittoria del candidato designato dal Presidente uscente Atambayev, candidatosi a sua volta alla guida del Partito Socialdemocratico del Kirghizistan. La sua vittoria è stata assicurata in particolar modo in due sedi: quella guidata dal consigliere di Atambayev Farid Niyazov, e quella guidata dal fratello dello stesso candidato presidenziale Asylbek Zheenbekov. Secondo la Commissione Elettorale Centrale del Kirghizistan, Zheenbekov ha ottenuto il 54.44% dei voti, mentre il suo avversario Omurbek Babanov, a capo del partito “Repubblica”, si è fermato al 33,49% dei voti. La cerimonia di inaugurazione del nuovo Presidente del Kirghizistan Sooronbay Zheenbekov è prevista per il 24 novembre prossimo. E sarà da allora interessante osservare come si evolverà la situazione interna alla piccola repubblica centroasiatica.
        
*Askar Juranbekov è analista specializzato sulla politica e l’economia dell’Asia centrale.

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