La corte del Re: ancora intorno al caso Khrapunov-Ablyazov

Erlan Zerastaev*

È noto che molto spesso i cosidetti “dissidenti” in fuga dal Paese d’origine non per motivi ideologici, bensì per una supposta pressione politica, tendano a circondarsi di vari amici e sostenitori. La storia sembra dimostrare che, almeno nell’ultimo quarto di secolo, in molti casi si tratta di persone chiamate a rispondere davanti ai tribunali per reati a loro ascritti e subire delle condanne alla reclusione spesso per reati legati alla corruzione. Non è peregrino osservare la facilità con cui molti di questi fuggiaschi siano capaci di cambiare orientamento politico in base alle circostanze e alle convenienze. La maggior parte di coloro che hanno trovato asilo in Europa, pochi anni fa non avrebbero lontanamente pensato di potersi presentare come accaniti difensori dei diritti umani e dello stato di diritto. E molto spesso, essi riescono in tal modo persino guadagnarsi da vivere. Ciò riguarda soprattutto gli oligarchi scappati dai paesi ex sovietici, che con questa prassi non soltanto riescono a sottrarsi alla giustizia nella madrepatria, ma accumulano ulteriori ricchezze partecipando al coro di chi, dietro opportuno sostegno, pretende di cantare la musica della democrazia.

Non a caso si suol dire che il Re è fatto anche dalla sua corte, perché essa riflette perfettamente la realtà del suo benefattore e referente. Analizzando quindi la rete di amici, sostenitori e associati a vario titolo, è possibile individuare il carattere e il livello di influenza di ciascuno di essi. Nel caso di Mukhtar Ablyazov, l’ex banchiere scappato dal Kazakhstan con l’accusa di appropriazione indebita della banca BTA per circa 7,5 mld di dollari in quattro diversi Paesi e in altri tre per riciclaggio di denaro, c’è una rosa di sostenitori che ovviamente coinvolge anche i suoi parenti. Spicca anche la famiglia di un altro dissidente, Viktor Khrapunov, già sindaco di Almaty e anch’egli ricercato internazionale con accuse di corruzione, che vive in Svizzera. L’Ucraina richiede l’estradizione di suo figlio Ilyas per l’organizzazione di un attacco hacker al database dello studio legale che difendeva gli interessi della filiale ucraina della banca BTA, appartenuta ad Ablyazov stesso e che oggi ha intentato appunto azioni legali contro di lui. Ilyas Khrapunov, figlio di Viktor, è genero di Ablyazov avendone sposato la figlia: una volta scoperta la connessione con l’ex banchiere, in Gran Bretagna alla famiglia Khrapunov è stato interdetto l’usufrutto di alcune proprietà.

Come è noto lo stesso Viktor Khrapunov è sotto inchiesta da parte della giustizia statunitense, che indaga sul caso di riciclaggio di denaro sottratto da Ablyazov in Kazakhstan tramite società offshore, aperte appunto da Khrapunov negli USA e attraverso le quali sono state acquistate numerose proprietà immobiliari. Il figlio Ilyas e la moglie sono invece riusciti ad ottenere sorprendenti e inusuali incarichi diplomatici come “rappresentanti della Repubblica centrafricana a Ginevra”. E anche la moglie di Ablyazov usufruisce di analogo passaporto diplomatico. Un altro parente collegato a questi personaggi – Sirym Shalabayev, il fratello della moglie di Ablyazov – durante il processo a Londra ha invece riparato in Lituania.

Le autorità lituane lo hanno bloccato su richiesta dell’Interpol, incriminandolo – assieme ad Ablyazov ed altri – per appropriazione indebita di diversi miliardi di dollari fra Kazakhstan, Ucraina e Russia.  Sembra tuttavia che a Vilnius siano piuttosto indulgenti con Ablyazov, mentre al contrario hanno ad esempio negato il permesso di soggiorno all’ex sindaco di Mosca Yuri Luzhkov, che ha portato non poco denaro in Lituania investendo capitali in istituti finanziari e acquistando proprietà immobiliari. In quel caso gli organi competenti della Lituania hanno attentamente monitorato l’origine delle ricchezze di Luzhkov. Nel caso di Sirym Shalabayev, invece, non vi è stata nessuna analoga inchiesta, benché  egli risulti appunto ricercato in quattro Paesi: Kazakhstan, Russia, Ucraina e Gran Bretagna (in quest’ultimo, la Corte Suprema gli ha inflitto una condanna a 18 mesi di reclusione).

I sostenitori di Mukhtar Ablyazov, per qualche strano motivo, sembrano amare ancora di più un altro Paese: la Polonia. Qui infatti sono di stanza il giornalista Igor Vinyavskiiy, stipendiato da Ablyazov stesso e impegnato a scrivere contro il suo Paese; Muratbek Ketebayev, ex capo della fondazione “Attivismo Civile”, altra organizzazione foraggiata da Ablyazov. E così altri sostenitori tutti riconducibili all’ex banchiere kazako, tutti “brillanti” e assai poco convenzionali. A Varsavia si trova infatti il quartiere generale di una fondazione specializzata nel difendere Ablyazov stesso dalle “accuse ingiuste”. Altra importante tipologia di attività di quest’associazione sembra essere il tentativo costante di compromettere la stabilità politica di quei Paesi ex sovietici dove un tempo lavorava Ablyazov e sottraeva illegalmente denaro.

A capo di tale fondazione c’è tale Ludmila Kozlovskaya, una giovane donna ucraina che sembra avere, come vari altri accoliti della coorte di Ablyazov, una certa passione per la violenza fisica nelle dimostrazioni di piazza. Nel 2014 la troviamo infatti come partecipante attiva della Rivoluzione arancione in Ucraina e “pasionaria” a capo della campagna per chiedere il ritiro della flotta russa da Sebastopoli. In una circostanza si è resa anche responsabile di un’aggressione nei confronti del candidato alla presidenza polacca Balli Mazhez, che si opponeva alla presenza della fondazione “Dialogo aperto” e al sostegno che Varsavia  offriva ad Ablyazov. Si direbbe che oggi, tuttavia, della folla in precedenza così numerosa dei sostenitori di Ablyazov i fedeli siano rimasti pochissimi. Il banchiere sembra infatti disinteressarsi al destino di coloro che l’hanno difeso e si sono messi al suo servizio.

Quando una nota figura pubblica del Kazakhstan come V. Kozlov è stato condannato perché su commissione di Ablyazov e con il suo sostegno economico ha organizzato manifestazioni non autorizzate a Zhanaosen, provocando scontri con le forze dell’ordine, il suo referente gli ha voltato le spalle, perché ha smesso di sostenere sia lui che la sua famiglia. Lo stesso vale per altri ex sodali che oggi non sono più utili alla sua causa: ad esempio Aydos Sadikov, un uomo riconosciuto affetto da problemi psichiatrici ma in passato prezzolato da Ablyazov come “difensore della democrazia”.

Il Re è fatto dalla corte, si diceva. E quella di Ablyazov era molto particolare: tra i suoi uomini non vi sono mai state persone che brillavano per onestà e competenza, bensì spesso faccendieri e funzionari corrotti che hanno trovato grazie a lui il modo di guadagnare grazie a un tema oggi assai di moda quale la promozione della democrazia. Tutti questi fatti dovrebbero insegnare qualcosa a quei politici e opinionisti che, in Europa, tendono a credere acriticamente a tutti gli improvvisati difensori dei diritti senza indagare sulle connessioni e gli interessi che si muovono dietro le loro azioni.

Erlan Zerastaev è analista geopolitico e giornalista d’inchiesta ad Astana, Kazakhstan.

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