Perché le elezioni in Kirghizistan possono restare nella storia

Andrej Vedunov

  

Le elezioni che si stanno svolgendo in Kirghizistan avevano in principio tutte le carte in regola per restare nella storia. Per essere ricordate, cioè, come una tornata elettorale capace di porre fine ad un’epoca di instabilità, implicante il primo passaggio pienamente pacifico di potere nella repubblica centroasiatica da parte del Presidente uscente, ad un nuovo, legittimamente eletto capo dello Stato. Queste elezioni resteranno probabilmente nella storia, non soltanto negli annali di questo paese, bensì di tutta la regione. Ma per ben altre ragioni.
 
La questione della legittimità delle elezioni presidenziali in Kirghizistan è divenuta infatti molto dibattuta già all’avvio della campagna elettorale. In tutta la repubblica si sono registrati fenomeni di propaganda elettorale e agitazione al limite della legalità. Per questo motivo, alcuni esponenti del movimento “Elezioni libere”, composto da diversi politici e attivisti civili, si sono rivolti a più riprese al Presidente della Repubblica, al Presidente della Commissione Elettorale Centrale e al Primo ministro con la richiesta di prendere dei provvedimenti a riguardo. Che però non sono arrivati.
 
E ciò non desta stupore. Gli stessi più alti funzionari del Kirghizistan sono stati sovente accusati fare lobby in favore degli interessi di questo o quel candidato, molto spesso pienamente individuabile. Il Presidente Almazbek Atambaev, considerando la sua posizione, forse solleticato dall’idea di provare a vincere senza ostacoli rispetto ad altri pretendenti, ha apertamente sostenuto il candidato del suo stesso Partito Social-Democratico, l’ex primo ministro Sooronbai Jeenbekov. Il che rappresenta comunque una violazione patente della legislazione elettorale. Sulla scia del Presidente si sono messi a fare i propagandisti politici anche quei rappresentanti religiosi o delle istituzioni che, in ragione della carica ricoperta, avrebbero dovuto restare equidistanti rispetto a tutti i candidati. 

A giudicare con attento spirito di osservazione tutto ciò che accade intorno a chi comunque è ancora la più alta carica dello Stato, lo strumento della propaganda elettorale sembrano essere soprattutto le amministrazioni locali del Kirghizistan. Alla riunione del  Žogorku Kenesh, il Consiglio supremo del Kirghizistan, si sono avute numerose comunicazioni relative a una propaganda elettorale illegittima da parte delle autorità locali con affissione di manifesti recanti slogan politici di una sola parte, chiusura di locali dei candidati avversari, che non a caso sono spesso i principali avversari di Sooronbai JeenbekovRisulta difficile credere che azioni di questo tipo provengano soltanto dall’iniziativa spontanea degli amministratori locali, senza alcuna indicazione in tal senso che provenga dall’alto. 

Un altro motivo di scandalo di queste elezioni è stato l’arresto di un deputato del Žogorku Kenesh, per sospetta organizzazione di un colpo di Stato. Il sospetto in questione, Kanat Isaev, è uno stretto collaboratore del leader del partito “Repubblica” Omurbek Babanov – principale avversario del candidato filo-governativo Sooronbai Jeenbekov. Può mai trattarsi di un’altra coincidenza casuale? Le accuse a suo carico sono state portate senza la benché minima prova a supporto. E guarda caso ciò è avvenuto in un momento della campagna elettorale in cui, secondo i risultati dei sondaggi, la popolarità di Jeenbekov era ormai in caduta libera.
 
Oltre a questi fatti se ne potrebbero elencare numerosissimi altri, includenti la spedizione in massa di informazioni fasulle sul ritiro di taluni candidati dalle liste o sull’unificazione di alcune forze politiche. Si sono parimenti avute minacce di candidati gli uni contro gli altri, minacce ai giornalisti che cercavano di capirci qualcosa in questo caos elettorale e smascherare i responsabili, nonché diffusione massiccia di materiali compromettenti. I mass media non si sono fatti scrupoli a pubblicare materiali molto personali, e spesso anche qui falsi, sui candidati alla presidenza: soprattutto radio e televisioni pubbliche hanno lavorato in questa direzione. Ma tutto sarebbe avvenuto, si vuol far credere, senza direttive da parte del potere in carica. La conclusione logica di questo processo è stato il rifiuto, da parte di una delegazione di osservatori, di prendere parte al monitoraggio delle elezioni stesse.
 
Come è risultato successivamente, tutto ciò è stato però soltanto un esercizio di riscaldamento rispetto all’azione principale. Il processo di votazione come tale è stato disseminato da una quantità di violazioni senza precedenti. Schede stracciate, propaganda elettorale vietata ad alcuni e operazioni di voto autorizzate persino con documenti altrui ad altri. In uno dei seggi hanno fermato un elettore che stava per inserire nell’urna elettorale ben 20 schede; in un altro questa operazione veniva compiuta addirittura da un membro della commissione, che aveva un totale di 56 schede. E questi sono soltanto i casi che si è riuscito a documentare: bisogna immaginare quante situazioni analoghe si sono verificate ma sono rimaste senza traccia.
 
Tenendo conto di tutto ciò, le elezioni presidenziali in Kirghizistan non possono a mio parere essere considerate legittime. È invece legittima come minimo un’inchiesta che accerti cosa è accaduto, e come massimo una ripetizione delle votazioni: questa volta in tutt’altre condizioni, sotto l’occhio attento e trasparente di osservatori internazionali indipendenti, estromettendo dalla responsabilità amministrativa coloro che sono riconducibili al vertice politico del Paese.
 
In caso contrario comprendiamo invece molto bene come il Kirghizistan, che a lungo e con difficoltà si è sforzato di compiere un percorso verso la democrazia, rischi per la volontà improvvisata o per il capriccio di alcuni di ripiombare nuovamente nell’illegalità e nel caos.
Fonte: Avesta, 15 ottobre 2017

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