Perché le elezioni in Kirghizistan possono restare nella storia

Andrej Vedunov

  

Le elezioni che si stanno svolgendo in Kirghizistan avevano in principio tutte le carte in regola per restare nella storia. Per essere ricordate, cioè, come una tornata elettorale capace di porre fine ad un’epoca di instabilità, implicante il primo passaggio pienamente pacifico di potere nella repubblica centroasiatica da parte del Presidente uscente, ad un nuovo, legittimamente eletto capo dello Stato. Queste elezioni resteranno probabilmente nella storia, non soltanto negli annali di questo paese, bensì di tutta la regione. Ma per ben altre ragioni.
 
La questione della legittimità delle elezioni presidenziali in Kirghizistan è divenuta infatti molto dibattuta già all’avvio della campagna elettorale. In tutta la repubblica si sono registrati fenomeni di propaganda elettorale e agitazione al limite della legalità. Per questo motivo, alcuni esponenti del movimento “Elezioni libere”, composto da diversi politici e attivisti civili, si sono rivolti a più riprese al Presidente della Repubblica, al Presidente della Commissione Elettorale Centrale e al Primo ministro con la richiesta di prendere dei provvedimenti a riguardo. Che però non sono arrivati.
 
E ciò non desta stupore. Gli stessi più alti funzionari del Kirghizistan sono stati sovente accusati fare lobby in favore degli interessi di questo o quel candidato, molto spesso pienamente individuabile. Il Presidente Almazbek Atambaev, considerando la sua posizione, forse solleticato dall’idea di provare a vincere senza ostacoli rispetto ad altri pretendenti, ha apertamente sostenuto il candidato del suo stesso Partito Social-Democratico, l’ex primo ministro Sooronbai Jeenbekov. Il che rappresenta comunque una violazione patente della legislazione elettorale. Sulla scia del Presidente si sono messi a fare i propagandisti politici anche quei rappresentanti religiosi o delle istituzioni che, in ragione della carica ricoperta, avrebbero dovuto restare equidistanti rispetto a tutti i candidati. 

A giudicare con attento spirito di osservazione tutto ciò che accade intorno a chi comunque è ancora la più alta carica dello Stato, lo strumento della propaganda elettorale sembrano essere soprattutto le amministrazioni locali del Kirghizistan. Alla riunione del  Žogorku Kenesh, il Consiglio supremo del Kirghizistan, si sono avute numerose comunicazioni relative a una propaganda elettorale illegittima da parte delle autorità locali con affissione di manifesti recanti slogan politici di una sola parte, chiusura di locali dei candidati avversari, che non a caso sono spesso i principali avversari di Sooronbai JeenbekovRisulta difficile credere che azioni di questo tipo provengano soltanto dall’iniziativa spontanea degli amministratori locali, senza alcuna indicazione in tal senso che provenga dall’alto. 

Un altro motivo di scandalo di queste elezioni è stato l’arresto di un deputato del Žogorku Kenesh, per sospetta organizzazione di un colpo di Stato. Il sospetto in questione, Kanat Isaev, è uno stretto collaboratore del leader del partito “Repubblica” Omurbek Babanov – principale avversario del candidato filo-governativo Sooronbai Jeenbekov. Può mai trattarsi di un’altra coincidenza casuale? Le accuse a suo carico sono state portate senza la benché minima prova a supporto. E guarda caso ciò è avvenuto in un momento della campagna elettorale in cui, secondo i risultati dei sondaggi, la popolarità di Jeenbekov era ormai in caduta libera.
 
Oltre a questi fatti se ne potrebbero elencare numerosissimi altri, includenti la spedizione in massa di informazioni fasulle sul ritiro di taluni candidati dalle liste o sull’unificazione di alcune forze politiche. Si sono parimenti avute minacce di candidati gli uni contro gli altri, minacce ai giornalisti che cercavano di capirci qualcosa in questo caos elettorale e smascherare i responsabili, nonché diffusione massiccia di materiali compromettenti. I mass media non si sono fatti scrupoli a pubblicare materiali molto personali, e spesso anche qui falsi, sui candidati alla presidenza: soprattutto radio e televisioni pubbliche hanno lavorato in questa direzione. Ma tutto sarebbe avvenuto, si vuol far credere, senza direttive da parte del potere in carica. La conclusione logica di questo processo è stato il rifiuto, da parte di una delegazione di osservatori, di prendere parte al monitoraggio delle elezioni stesse.
 
Come è risultato successivamente, tutto ciò è stato però soltanto un esercizio di riscaldamento rispetto all’azione principale. Il processo di votazione come tale è stato disseminato da una quantità di violazioni senza precedenti. Schede stracciate, propaganda elettorale vietata ad alcuni e operazioni di voto autorizzate persino con documenti altrui ad altri. In uno dei seggi hanno fermato un elettore che stava per inserire nell’urna elettorale ben 20 schede; in un altro questa operazione veniva compiuta addirittura da un membro della commissione, che aveva un totale di 56 schede. E questi sono soltanto i casi che si è riuscito a documentare: bisogna immaginare quante situazioni analoghe si sono verificate ma sono rimaste senza traccia.
 
Tenendo conto di tutto ciò, le elezioni presidenziali in Kirghizistan non possono a mio parere essere considerate legittime. È invece legittima come minimo un’inchiesta che accerti cosa è accaduto, e come massimo una ripetizione delle votazioni: questa volta in tutt’altre condizioni, sotto l’occhio attento e trasparente di osservatori internazionali indipendenti, estromettendo dalla responsabilità amministrativa coloro che sono riconducibili al vertice politico del Paese.
 
In caso contrario comprendiamo invece molto bene come il Kirghizistan, che a lungo e con difficoltà si è sforzato di compiere un percorso verso la democrazia, rischi per la volontà improvvisata o per il capriccio di alcuni di ripiombare nuovamente nell’illegalità e nel caos.
Fonte: Avesta, 15 ottobre 2017

Gli sviluppi del caso Khrapunov nelle inchieste USA

Erlan Zerastaev*

Quasi come un’epidemia di influenza virale, si direbbe che l’amor di patria e il fervente desiderio di fare militanza politica colpisca molti ex funzionari pubblici di Repubbliche dell’Asia centrale scappati dal proprio Paese con pesanti accuse di corruzione. Uno dei sintomi inequivocabili di questo amore tardivo e non corrisposto è la febbricitante ansia per la democrazia che sembra assalire molti di questi funzionari in fuga. Così si potrebbe descrivere la parabola di Viktor Khrapunov, che nel natio Kazakhstan è accusato appunto di corruzione, frode e riciclaccio di denaro, ma che ama dare lezioni di democrazia dall’estero spendendo in Svizzera quel patrimonio finanziario che le autorità kazake gli contestano d’aver sottratto illegalmente. Sul suo sito ufficiale si può leggere ad esempio che egli  «si impegna a favorire la partecipazione politica attiva degli abitanti della Repubblica nel prendere decisioni riguardanti il proprio futuro. Sono convinto che la Svizzera possa diventare un esempio per i Paesi che hanno da poco intrapreso la strada della democrazia».

La captatio benevolentiae verso la Svizzera è un gesto ben comprensibile, considerato che lì vive oggi tutta la famiglia Khrapunov, che risulta una delle più ricche del Paese, e che trae questa ricchezza proprio dai beni e dai patrimoni portati via dal Kazakhstan. Dove, invece, l’ex sindaco Khrapunov è stato riconosciuto colpevole di aver provocato un danno erariale allo Stato di almeno 300 milioni di dollari. Sono una ventina i fascicoli relativi a procedimenti penali nei suoi confronti, risultando egli ricercato anche dall’Interpol per accuse di riciclaccio di denaro, frode, associazione a delinquere, abuso di potere e corruzione.

Secondo l’accusa, l’ex sindaco kazako avrebbe sviluppato uno scaltro schema per utilizzare illegalmente i fondi pubblici. Attraverso alcune società offshore e soprattutto l’azienda intestata a sua moglie, Khrapunov ha acquistato beni immobiliari in Svizzera e negli Stati Uniti, mentre lui risulta formalmente, dal punto di vista fiscale, un modesto pensionato. Questa impresa familiare è divenuta famosa a Losanna per una serie di attività che, secondo gli investigatori, sono funzionali al riciclaggio di una parte dei fondi accumulati illegalmente quando era sindaco. Tali flussi finanziari si riferiscono ad esempio alle tangenti ricevute durante la costruzione di un nuovo terminale dell’aeroporto di Almaty, agli affari con la società belga Tractabel per la vendita del complesso energetico comunale, nonché alla cessione illegale di terreni comunali a proprietari privati.

Negli Stati Uniti la famiglia Khrapunov ha avuto però qualche difficoltà in più. I tribunali statunitensi, verificando e poi accogliendo le istanze provenienti dagli omologhi kazaki, hanno infatti già da tempo pignorato le proprietà immobiliari dei Khrapunov (che negli USA possiedono diverse ville). Sono in corso inoltre diversi processi contro i Khrapunov con l’accusa di riciclaggio di denaro e perfino versamento di tangenti a funzionari statunitensi. Naturalmente, poiché tutte le operazioni finanziarie contestate venivano effettuate non direttamente a nome di Khrapunov, ma per l’appunto attraverso altre persone giuridiche e società off-shore, è necessario del tempo per acquisire tutte le prove certe dell’appartenenza degli immobili e delle proprietà acquisite all’ex funzionario kazako riparato in Svizzera. La solerzia dei giudici americani fa sì tuttavia che molti elementi inizino a chiarificarsi.

E qualcosa di interessante è già venuto a galla. Dall’inchiesta risulta che Khrapunov, nelle operazioni di riciclaggio denaro, ha utilizzato almeno tre società: «Soho 3310», «Soho 3311» e «Soho 3203». Trattandosi di società a responsabilità limitata, il reale proprietario può facilmente essere occultato. Appena dopo una settimana la loro creazione, queste società hanno pagato più di tre milioni di dollari per l’acquisto di un appartamento di lusso a Manhattan, divenuto improvvisamente proprietà della famiglia Khrapunov. Gli investigatori statunitensi hanno accertato che il beneficiario finale delle varie «Soho» era Elvira Kudryashova, la figlia di Viktor Khrapunov. Le stessa ha pagato lo studio legale di Martina Iana con sede a New York, divenuto agente e intermediario di tutte le operazioni finanziarie targate «Soho».

Oltre a ciò, è documentata la collaborazione della famiglia Khrapunov con un altro ricercato ben più noto, l’ex banchiere Mukhtar Ablyazov. Indagini in Kazakhstan e nel Regno Unito hanno accertato che il figlio di Khrapunov, Ilyas, è sposato con la figlia di Ablyazov. Appare perfettamente logico che l’ex banchiere abbia voluto coinvolgere non direttamente Khrapunov, bensì un suo parente stretto ma meno in vista. Proprietario del gruppo societario «Swiss Development Group », Ilyas Khrapunov ha utilizzato questo strumento per trasferire i soldi illegalmente incassati dal padre dal Kazakhstan alla Svizzera. Questa società si occupava di ricerca di importanti progetti di sviluppo, per i quali venivano trasferiti i fondi dal Kazakhstan, dalla Russia e dall’Ucraina ove si trovavano le filiali dalla Banca BTA facente capo ad Ablyazov.

L’aumento di capitale delle società di Ilyas Khrapunov attraverso il denaro di Ablyazov ha permesso così di realizzare progetti assai prestigiosi nel settore immobiliare: Parco Kempinski; Residenza Chardon; 51 Degris a Loches – Les Bains, residenza “Pinnacle a Saas Fee”; l’hotel “Igloo” in Francia, l’acquisizione delle società di Rockefeller Esteyta o Rockefeller Living. In generale, specializzandosi in investimenti in grandi hotel a cinque stelle e alberghi privati in Svizzera ed altri Paesi, i Khrapunov con la complicità di Ablyazov sono riusciti a trasformare i fondi sottratti illegalmente in Kazakhstan in attività immobiliari «pulite». Questo spiega l’atteggiamento della famiglia Khrapunov, poco preoccupata del denaro derivante da corruzione in Kazakhstan nella misura in cui esso si è trasformato in immobili, azioni o società di investimento intestate a presone terze. Che insieme agli aiuti di Ablyazov hanno costituito un buon patrimonio di famiglia. Grazie a queste complesse attività finanziarie con fondi illecitamente sottratti al proprio Paese Khrapunov sembra poter non soltanto godersi la vecchiaia di pensionato, ma anche godere della facoltà di pontificare sulla democrazia del proprio Paese d’origine, da cui è formalmente scappato dopo aver commesso illeciti per rifugiarsi nella neutrale Svizzera, ma sul quale i procedimenti giudiziari statunitensi stanno facendo sempre più luce.

*Erlan Zerastaev è analista politico e giornalista d’inchiesta ad Astana, Kazakhstan

 

L’alleanza Usa-Giappone nell’era Trump

Venerdì 13 ottobre p.v., dalle ore 17.30, presso l’Istituto Giapponese di Cultura, sito in Via Antonio Gramsci 74, Roma, si terrà la conferenza L’alleanza Usa-Giappone nell’era Trump.

Donald Trump è giunto alla Presidenza degli Stati Uniti d’America promettendo
un profondo cambiamento in politica estera. L’ipotesi d’una svolta isolazionista
e protezionista ha alimentato dibattiti in tutto il mondo, e sebbene per ora
essa non sembri concretizzarsi, il futuro dell’alleanza tra Usa e Giappone e
dei complessi rapporti tra Washington e Pechino rimane incerto. Inoltre,
l’acuirsi delle tensioni con la Corea del Nord per i suoi test nucleari e missilistici
ha aggiunto ulteriore imprevedibilità al teatro est-asiatico.

Il programma completo del convegno, organizzato dall’IsAG, dall’Istituto Giapponese di Cultura e dall’Ambasciata del Giappone in Italia:

Saluti istituzionali
Akihiko Uchikawa (Ambasciata del Giappone), Tiberio Graziani (IsAG), Jun
Takeshita (Istituto Giapponese di Cultura)
Moderazione
Giulia Pompili (Il Foglio)
Relazioni
Axel Berkofsky (Ispi e Università di Pavia), Antonio Moscatello (Aska News),
Giulio Pugliese (King’s College, Londra), Daniele Scalea (IsAG)
Seguiranno dibattito col pubblico e rinfresco

L’ingresso è libero ma è gradita la registrazione tramite il seguente formulario online (clicca qui ).

 

La Catalogna presentata agli italiani: il volume IsAG presentato a Roma

Il 19 settembre 2017, presso i locali dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma, si è tenuta la Conferenza di presentazione della monografia “La Catalogna presentata agli italiani: cultura, economia e ambizioni future”. Frutto della collaborazione tra la Delegazione in Italia del Governo della Catalogna e l’Istituto di Alti Studi di Geopolitica e Scienza Ausiliarie (IsAG), la presentazione ha cercato di offrire un esempio di diplomazia pubblica che unisca il rigore scientifico alla finalità divulgativa, rivolgendosi dunque non solo ad analisti specializzati ma ad un pubblico più ampio. L’idea del volume nasce dall’esistenza d’una relazione privilegiata tra il nostro Paese e la Catalogna, costituita da nessi storici, economici e culturali secolari.

La conferenza è stata introdotta dall’On. Altero Matteoli che ha immediatamente posto l’attenzione sulle analogie tra la Catalogna e l’Italia, accomunate da secoli di storia, dalla presenza di una consistente comunità italiana nella Comunità Autonoma e dallo spirito europeista. A seguire gli interventi introduttivi del Delegato del Governo Catalano in Italia Luca Bellizzi e il Consigliere IsAG Dario Citati, hanno spiegato che lo scopo dell’iniziativa è di rendere la Catalogna visibile a 360° non solo per le relazioni economiche che la legano all’Italia, ma anche per la dimensione storico-culturale. La Catalogna, d’altronde, rappresenta anche una delle realtà regionali aggredite dalla globalizzazione, che con le sue tendenze centrifughe minaccia popoli, storia e istituzioni delle “piccole patrie”.

La Catalogna, come sottolineato da Francesco G. Leone, Segretario dell’IsAG, rappresenta un caso peculiare che differisce dalle regioni europee che negli ultimi anni hanno avanzato istanze indipendentiste. Gli aspetti che demarcano questa differenza affondano le proprie radici in aspetti geografici, economici e sociali che rendono il Paese un unicum in Europa. La posizione strategica occupata dalla Catalogna ha permesso alla Comunità Autonoma di intraprendere un nuovo modello di sviluppo, imperniata su tre pilastri: sostegno all’imprenditoria, partenariato pubblico/privato e capacità di rinnovarsi continuamente. Le politiche governative degli ultimi anni hanno infatti permesso alla Catalogna di uscire dalla crisi già dal 2011, ben prima del resto dell’UE. L’economia del Paese, infatti, per quanto ancorata al settore petrolchimico, ha dimostrato una straordinaria capacità di attrarre investimenti e rinnovarsi, rendendo Barcellona capitale europea delle ICT, polo finanziario e città dell’innovazione. La fitta ed estesa rete di relazioni internazionali, in grado di raggiungere Africa, Asia e Americhe, dimostra la proiezione geopolitica della Catalogna.

Al di là degli aspetti economici, il fattore propulsivo del movimento indipendentista catalano risiede, secondo i Catalani, nel consistente substrato storico-culturale e linguistico. Il percorso di emancipazione dalla Corona Spagnola risale infatti al XIII secolo e nel corso del Novecento ha vissuto una fase di rinascita a causa della repressione delle realtà culturali regionali perpetuata dal regime franchista. Il movimento indipendentista quindi non deve essere confuso con una semplice volontà di emancipazione economica ma fa parte di qualcosa di più ampio, presente in Spagna come in Europa. Il nocciolo della questione, ha affermato l’On. Paolo Tancredi, Vice Presidente della XIV Commissione Politiche dell’UE della Camera dei Deputati, è la costruzione di un’Europa che ponga al centro delle proprie politiche i territori e le regioni e che permetta un salto qualitativo per il Mediterraneo e per l’Unione nel suo complesso.

La Conferenza si è conclusa con un l’intervento incisivo di Raül Romeva i Rueda, Ministro degli Affari Esteri, Relazioni Istituzionali e Trasparenza del Governo della Catalogna. Il Ministro ha posto accento su ciò che a suo avviso il referendum del 1 ottobre rappresenta, non solo per il popolo catalano ma per l’Europa. La consultazione diretta offre infatti alla Spagna  un’occasione di dimostrare di essere una democrazia avanzata, in grado di rispettare i diritti fondamentali. Il referendum è appoggiato dall’80% dei catalani e questo, secondo Raül Romeva i Rueda, non può essere ignorato: le divisioni esistenti in Catalogna e in Europa non riguardano il favore o l’opposizione all’indipendenza, ma la volontà di risolvere la questione in modo democratico. Quale che sia il suo esito, la consultazione è comunque parte di un dibattito continentale, di un movimento diffuso che richiede a Bruxelles di ascoltare i propri cittadini, di attivare nuovi circuiti di sovranità e di costituire un’Europa che sia finalmente dei popoli.

(A cura di Silvia Astarita, collaboratrice del Programma «Eurasia» dell’IsAG)

“Diplomazia nella steppa”: la conferenza IsAG alla Camera dei Deputati

Nel pomeriggio di venerdì 15 settembre, presso la Sala del Refettorio della Camera dei Deputati, ha avuto luogo l’evento promosso dall’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) intitolato “Diplomazia nella steppa: i colloqui di Astana e il ruolo del Kazakhstan nella crisi siriana”, conferenza promossa in occasione del 25esimo anniversario delle relazioni diplomatiche italo-kazake. In occasione dell’evento è stato presentato anche l’omonimo report a cura ricercatore associato al Programma “Eurasia” dell’IsAG, Dott. Giannicola Saldutti, impreziosito dai contributi dell’Ambasciatore del Kazakhstan in Italia S.E. Sergej Nurtaev e dal primo Ambasciatore italiano in Kazakhstan, Giorgio Malfatti di Monte Tretto. L’iniziativa targata IsAG è stata concepita allo scopo di discutere di un aspetto caratterizzante questo Paese dell’Asia Centrale ancora poco noto al grande pubblico, ossia quello riguardante il ruolo del Kazakhstan come pacificatore nelle grandi crisi internazionali, nonché il suo peculiare approccio in politica estera, definibile  “multivettoriale”. Astana, infatti, pur avendo ottenuto l’indipendenza soltanto nel 1991, è stata in grado di tessere delle relazioni privilegiate con i suoi partner occidentali pur non avendo mai rinnegato quella sua interdipendenza dal mondo eurasiatico, tenendo presente i saldi legami che la uniscono con Russia e Cina. L’organizzazione dei colloqui di Astana per la pacificazione della crisi siriana, in particolare, può essere considerata un case study circa il modo attraverso cui il Kazakhstan persegue i propri risultati nell’ambito della sua politica estera.

I lavori sono stati aperti dai saluti del Direttore del Programma “Eurasia” dell’IsAG, Dott. Dario Citati, moderatore del dibattito, e dall’intervento del Consigliere dell’ambasciata kazaka presso Roma, Seit Nurpeissov, che ha sinteticamente definito i tratti distintivi della strategia di politica estera adottata dal Kazakhstan, commentando i recenti sforzi kazaki profusi per evitare la proliferazione dell’uso a scopo bellico dell’energia nucleare. Nurpeissov ha poi speso parole positive commentando lo stato delle relazioni bilaterali italo-kazake: l’Italia è uno dei principali partner commerciali del Kazakhstan, con un volume di investimenti che quest’anno ha toccato quota 6 miliardi di dollari. La parola è successivamente passata al ricercatore del programma “Eurasia” dell’IsAG, Dott. Giannicola Saldutti, che ha brevemente esposto i contenuti del report presentato al pubblico in sala: il Kazakhstan, tramite i colloqui di Astana, pur non partecipando ai tavoli di lavoro, riesce comunque a sfruttare il principio di “neutralità attiva”, perseguendo i propri interessi con ciascuna parte intervenuta nella capitale kazaka proprio favorendo l’incontro ed il dialogo fra esse, proponendosi come modello ispiratore per l’asseto politico-sociale della Siria del futuro proprio in virtù di quella sua esperienza in materia di convivenza multi-etnica e multi-confessionale in aperto contrasto a qualsiasi ideologia di matrice estremista come quella rappresentata dall’ISIS e da Al Nusra. Il contributo della Dott.ssa Lorena Di Placido, ricercatrice presso il Centro Militare di Studi Strategici del Ministero della Difesa (CeMiSS), ha contribuito ad impreziosire ulteriormente il dibattito attraverso una compunta analisi del ruolo del Kazakhstan nelle grandi strutture internazionali quali l’OSCE (di cui è membro dal 1992) ed il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, soffermandosi, in particolare, sull’impegno profuso da Astana nell’evitare la proliferazione degli esperimenti nucleari proprio in virtù dei danni subiti dal territorio kazako durante il periodo sovietico nel poligono di Semipalatinsk. Successivamente la parola è passata al Prof. Aldo Ferrari, docente presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, che ha svolto alcune considerazioni sul rapporto che intercorre attualmente tra il Kazakhstan ed il programma cinese denominato “One belt- one road” (considerando la sua posizione geografica strategica per i destini della “Via della Seta”) e sui vantaggi che Astana potrebbe trarre sul breve e sul lungo periodo, non tralasciando, al contempo anche un’accurata analisi dei rischi che un’eccessiva penetrazione cinese nel mercato kazako potrebbe comportare.

Dopo un breve dibattito moderato dal Dott. Citati, l’evento è stato ulteriormente valorizzato dagli interventi finali del Dott. Fabio Squillante, Direttore di Agenzia Nova, e dall’allocuzione del primo Ambasciatore italiano presso Astana, Giorgio Malfatti di Monte Tretto. Squillante, in qualità di corrispondente a Mosca all’epoca della fine dell’URSS, ha voluto esprimere diverse considerazioni sul ruolo di pacificatore svolto dal Presidente Nazarbaev in quella fase difficile, quando il Presidente kazako si impegnò a trattare in maniera decisiva, al fianco di Boris El’cin, al fine di sventare il colpo di Stato tentato nel 1991. Giorgio Malfatti di Monte Tretto ha concluso i lavori riportando la sua esperienza in qualità di primo Ambasciatore italiano in terra kazaka e narrando i fatti che precedettero l’apertura della prima ambasciata italiana presso Almaty, a riprova del desiderio del Kazakhstan di stringere ottime relazioni diplomatiche con Roma sin dai primi anni della sua indipendenza. Malfatti ha poi aggiunto che la forte attrazione generata dall’Italia, per motivi innanzitutto culturali, è uno degli elementi che ha consentito di raggiungere fin da subito degli ottimi risultati nell’ambito della cooperazione economica nel corso del suo mandato, riferendosi agli accordi firmati allora dall’ENI nel settore dello sfruttamento di idrocarburi nel Mar Caspio.

 

Green Economy e simbiosi industriale: prospettive italiane ed europee

Silvia Astarita*

La pressione crescente sulle risorse del pianeta, le necessità di adattamento al cambiamento climatico e la mitigazione delle sue conseguenze hanno dato, nell’ultimo decennio, un nuovo impulso alla ricerca nel settore delle tecnologie verdi. Le analisi e gli studi compiuti per individuare strategie sostenibili si basano sulla definizione di green economy dell’United Nations Environment Programme, i cui  pilastri sono il contenimento delle emissioni, un uso efficiente delle risorse e l’inclusione sociale.

Le Convenzioni Internazionali per la riduzione del deterioramento ambientale adottate negli ultimi decenni, come quella di Copenhagen del 2009 o quella di Rio de Janeiro del 2012 sono però rimaste lettera morta a causa del loro carattere non vincolante. È chiaro, tuttavia, che la ripresa economica debba basarsi sui principi della green economy affinché possa considerarsi sostenibile.

I limiti ecologici al sistema rendono necessario un cambiamento radicale da un modello di economia lineare ad uno di tipo circolare che si basi sulle “3R” che ne costituiscono i pilastri: Riduzione, Riuso e Riciclo. In particolare, nel modello circolare, assume rilevanza la gestione dei rifiuti, il cui valore viene ottimizzato mediante l’utilizzo degli scarti di un processo produttivo come input per altri processi produttivi. L’economia circolare rappresenta quindi un modello di sviluppo sostenibile in grado di garantire benefici a fronte della scarsità di risorse.

L’economia circolare e la chiusura dei cicli sono attualmente al centro delle politiche industriali dell’UE, soprattutto in considerazione dei benefici che questa potrebbe produrre in termini di occupazione, produttività e ridotto impatto ambientale. Nel 2015 l’UE ha adottato il Piano d’Azione per l’Economia Circolare, programmando un cambiamento di rotta per la politica industriale comunitaria e riconoscendo la simbiosi industriale come parte fondamentale della transizione. Coerentemente con gli obiettivi di crescita, occupazione, efficienza energetica, investimenti e inclusione sociale, il Piano prevede innovazioni in ogni ambito del ciclo produttivo, dalla produzione, al consumo, alla gestione e rivalorizzazione dei rifiuti. Tra le innovazioni introdotte dal piano ci sono ad esempio quelle relative alla produzione e al riciclaggio dei prodotti elettrici ed elettronici, che dovranno essere prodotti in funzione della loro riparabilità e della possibilità di riutilizzo delle loro componenti, soprattutto in riferimento ai metalli e alle terre preziose contenute al loro interno. Sarà necessario incentivare la trasparenza, quale strumento di stimolo per lo sviluppo del mercato delle materie prime secondarie. Un adeguamento nell’etichettatura dei prodotti elettrici come gli elettrodomestici, inoltre, aiuterebbe i consumatori nella scelta di prodotti più efficienti in termini di consumi energetici. La Commissione Europea ha poi sottolineato che le scelte green dovranno interessare anche gli appalti pubblici rispetto alla scelta di beni, servizi e mercati di interesse per l’economia circolare.

Allo stesso tempo, per garantire l’inclusione sociale e un’azione multilivello, il Piano getta le basi per tutti gli interventi normativi necessari e per le misure orizzontali da adottare. Tra queste, la Commissione Europea ha posto al centro della propria strategia il sostegno alla ricerca e all’innovazione, inserendo nel programma Orizzonte 2020 l’iniziativa “Industria 2020 nell’economia circolare”[1]. Gli oltre 650 milioni di euro stanziati per l’iniziativa verranno assegnati nel biennio 2016-2017 a progetti innovativi nel campo dell’industria, dei servizi e di nuovi modelli imprenditoriali conformi ai principi e agli obiettivi dell’economia circolare. Questo programma si aggiunge agli altri progetti che l’UE e gli Stati membri hanno intrapreso per avviare la transizione.

Per quanto riguarda l’ottimizzazione dell’uso delle risorse e la chiusura dei cicli la simbiosi industriale può essere lo strumento principe per la transizione. La prima definizione di simbiosi industriale risale al 1947, quando Renner la descrisse come il complesso degli scambi di risorse tra due o più industrie diverse[2]. Le radici di questo modello sono altresì riconducibili al più ampio concetto di ecologia industriale di Robert Frosch che sottolineò le possibili analogie tra ecosistemi naturali ed industriali[3]. Il focus è quindi posto sui processi di trasformazione di materie prime, energia e lavoro in prodotti finiti e rifiuti. Ovviamente, l’applicazione pratica di questi concetti presuppone un approccio integrato, la cooperazione tra imprese e l’individuazione di possibili sinergie all’interno di un sistema economico e territoriale.

Esistono tre modelli per realizzare sistemi di tipo circolare. Il primo si riferisce allo sviluppo di distretti di simbiosi industriale e segue una linea di tipo bottom-up, poiché non nasce da una progettazione previa ma si sviluppa attraverso accordi tra imprese. Il secondo modello è relativo ai parchi eco-industriali, cioè reti industriali che per la loro complessità richiedono l’intervento dello Stato. Si tratta quindi di un percorso top-down che necessita innanzitutto di una attenta pianificazione regionale e territoriale che favorisca l’integrazione simbiotica delle piccole e medie imprese; queste potranno beneficiare di economie crescenti di scala e di una riduzione di costi. L’intervento dello Stato dovrebbe focalizzarsi su una serie di incentivi e sussidi a lungo termine, l’adeguamento e l’eventuale predisposizione di infrastrutture. Il terzo modello è invece relativo alla creazione di network che mettano in contatto operatori ed esperti per la realizzazione di sistemi simbiotici.

Il cambiamento di paradigma e l’avvio della transizione comporterà sicuramente dei costi elevati a livello europeo, ma al tempo stesso rappresenta un’occasione per stimolare la crescita, gli investimenti e l’occupazione anche alla luce degli ambiziosi obiettivi programmati dalla Strategia Europa 2020. Un buon livello di investimenti in grado di sostenere la ricerca nel campo delle tecnologie pulite, permetterebbe all’UE di assumere una posizione di leadership in un mercato mondiale in crescita. Inoltre ne beneficerebbe il mercato del lavoro grazie alla creazione di green jobs, facilitando il raggiungimento degli obiettivi generali dell’UE. L’economia circolare e la simbiosi industriale possono quindi giocare un ruolo determinante nella ripresa economica comunitaria, garantendo al tempo stesso la tutela dell’ambiente in accordo con i tentativi di mitigare le conseguenze del cambiamento climatico.

Esempi di simbiosi industriale sono presenti anche nel nostro Paese. Tra questi merita attenzione il progetto Eco Innovazione Sicilia, un ampio progetto che coinvolge tre diversi settori: gestione e valorizzazione di rifiuti elettronici, turismo sostenibile e creazione di una Piattaforma di simbiosi industriale regionale. La realizzazione della Piattaforma è stata avviata nel 2011 dall’ENEA allo scopo di creare un network per realizzare sinergie[4]. È infatti proprio la rete ad essere lo strumento principe del progetto, perché non solo permette la messa in contatto tra interlocutori che altrimenti non avrebbero modo di cooperare, ma favorisce anche lo scambio di buone pratiche, di informazioni e di competenze. La Piattaforma è composta da banche dati georeferenziate generali e specifiche, da un settore dedicato all’assistenza tecnico-normativa per le imprese e un portale web. L’interazione tra gli utenti, fondamentale per il funzionamento della Piattaforma, si traduce quindi in uno scambio di informazioni, che vengono standardizzate ed inserite nelle banche dati dal gestore. La collaborazione tra i vari partecipanti alla Piattaforma è necessaria per il funzionamento della stessa: gli utenti (imprese) condividono le informazioni riguardanti la propria attività, il gestore aggiorna le banche dati, a disposizione anche degli esperti coinvolti, allo scopo di offrire supporto alle imprese stesse nelle loro scelte strategiche in materia di ottimizzazione delle risorse. In sostanza, la Piattaforma offre la possibilità di incontro tra domanda e offerta di risorse per la loro valorizzazione in processi simbiotici.

L’esperienza siciliana è un importante apripista per lo sviluppo di iniziative analoghe nel resto del territorio nazionale. La predisposizione di piattaforme conoscitive potrebbe essere un modello adatto al tessuto imprenditoriale italiano, caratterizzato dalla presenza di piccole e medie imprese che in questo modo avrebbero l’opportunità di attivare sinergie e simbiosi. Esperimenti pilota e investimenti in questo settore giocherebbero un ruolo fondamentale per la ripresa dell’economia italiana e rendendo il nostro Paese leader della transizione dell’intera Unione Europea.

*Silvia Astarita è collaboratrice del Programma «Eurasia» dell’IsAG

[1] Il portale dell’iniziativa è disponibile qui.

[2]  Renner, G.T. (1989), Geography of Industrial Localization, Economic Geography 23, no. 3: 167-189, 1947.

[3] Frosch R.A. (1992), Industrial ecology: a philosophical introduction, Proc. National Academy of Sciences USA, Vol. 89, pp. 800-803.

[4] Per approfondimenti si rimanda al portale ENEA per l’iniziativa Ecoinnovazione Sicilia cliccare qui.

Potere economico e giustizia internazionale: il caso Khrapunov

Erlan Zerastaev*

Negli Stati Uniti sono attualmente in corso indagini e procedimenti giudiziari nei confronti di Viktor Khrapunov, ex Ministro per le Emergenze del Kazakhstan, nonché ex sindaco della città più grande del Paese, Almaty. Anche nel suo Paese d’origine, sono aperti numerosi casi di imputazione nei suoi confronti relativi ad accuse di riciclaggio di denaro, frode, associazione a delinquere, abuso di potere e corruzione. Il suo nome risulta inoltre implicato nelle vicende giudiziarie di un altro noto oligarca ricercato, l’ex banchiere Mukhtar Ablyazov. Viktor Khrapunov, come di recente hanno potuto appurare alcune inchieste giornalistiche americane, è stato coinvolto in scandali di corruzione non solo all’interno del Kazakhstan, ma anche degli stessi Stati Uniti. Ad esempio, il sito di informazione di McClatchy DC Bureau ha pubblicato diversi materiali che collegano Khrapunov e Abljazov al riciclaggio di denaro negli USA. Secondo quanto riportato dall’indagine giornalistica, alcuni uomini d’affari americani hanno supportato i due oligarchi kazaki, i quali in cambio offrivano servizi ai loro partner in giro per il mondo.

Il duo Abljazov-Khrapunov è noto alle cronache da molto tempo. Il figlio di Viktor Khrapunov, Ilyas, è ricercato dall’Interpol e avrebbe aiutato Abljazov nei trasferimenti illegali di denaro dal Kazakhstan. Il sodalizio fra i due è dovuto a ragioni personali: Khrapunov è sposato infatti con la figlia di Ablyazov e i due, secondo l’inchiesta, avrebbero messo in piedi un sistema collaudato di frodi che ammontano a decine di miliardi di dollari US. Sono anni che negli Stati Uniti si svolgono i processi nei confronti di Khrapunov per riciclaggio di denaro; la Repubblica del Kazakhstan ha a sua volta inoltrato alcune istanze alle autorità statunitensi (dove si trovano molti immobili acquisiti dall’oligarca con denaro sottratto alla repubblica centroasiatica) con specifica documentazione. Nella primavera di quest’anno, la Nona Corte Distrettuale degli Stati Uniti, in California, ha accettato di prendere in considerazioni i ricorsi del comune di Almaty e del Ministero della Giustizia del Kazakhstan.

Secondo tali ricorsi, gli imputati sono accusati di violazione della legge alla lotta contro la criminalità organizzata e la corruzione, violazione dell’obbligo di agire negli interessi dei cittadini di Almaty, appropriazione indebita. Nel tribunale distrettuale saranno ad esempio presentate le prove dell’acquisizione, da parte della famiglia Khrapunov e delle società a lui facenti capo, di immobili e auto di lusso nello Stato della California attraverso i proventi illeciti sottratti allo Stato kazako. L’indagine di McClatchy DC Bureau sembra così confermare le accuse che da tempo gli organi della Repubblica del Kazakhstan muovono nei confronti di Khrapunov. Un uomo d’affari americano già socio in passato di Donald Trump, Felix Satter, ha ammesso ai giornalisti di avere aiutato Khrapunov ad investire milioni di dollari negli immobili americani attraverso varie società. Tra i suoi acquisti risultano ad esempio gli appartamenti nella “Trump Soho”, ma anche gli investimenti realizzati con i fondi contestati ad Ablyazov attraverso off-shore fittizie, spesso attraverso istituti finanziari con sede nei Paesi baltici.

Nell’aprile 2013, attraverso alcune società controllate da Ablyazov e Khrapunov, da quest’ultimo sono stati acquistati appartamenti per una somma di 3,1 milioni di dollari statunitensi da società di holding. Nello stesso anno, sempre Satter e la famiglia Khrapunov sono però entrati in una controversia a causa della divisione dei profitti derivanti da un’operazione immobiliare in Ohio del valore di 43 milioni di dollari. Un altro aspetto interessante è proprio l’attività economica di Khrapunov negli USA: la sua famiglia ha infatti investito milioni di dollari in una società che doveva occuparsi di installare macchine biometriche negli aeroporti di tutto il Paese. Scopo di questa azione di beneficenza sarebbe stato quello di ottenere un permesso di soggiorno negli USA per almeno un membro della sua famiglia.

Mentre negli Stati Uniti si svolge il processo a suo carico, Khrapunov si è intanto rifugiato in Svizzera insieme alla sua famiglia. La neutralità di questo Paese gli garantisce per ora di poter affrontare il processo in contumacia. Sua moglie Leila comunica spesso sui social network della vita modesta del marito, che va in giro in bicicletta, scrive le proprie memorie e conduce la vita semplice di un pensionato qualsiasi. L’ex sindaco di Almaty ci tiene in questo modo a farsi passare per una persona dal tenore di vita modesto, che ormai si appoggia alle risorse finanziarie della moglie (in qualità di funzionario pubblico, egli effettuava tutte le operazioni finanziarie attraverso le strutture aziendali della moglie e del figlio), benché risulti essere tra gli abitanti più ricchi della Svizzera.

Nel frattempo l’Ucraina ha chiesto però alla Svizzera l’estradizione di suo figlio Ilyas, accusandolo di aver organizzato un attacco hacker contro uno studio legale che rappresenta la BTA Bank in Ucraina. “BTA Bank Kazakhstan”, così come istituti finanziari con nomi simili, sono quelli in passato gestiti da Mukhtar Ablyazov e che ora muovono causa contro di lui. Il dissesto finanziario delle operazioni fraudolente ai danni della banca è stimato in oltre 7,5 miliardi di dollari. In precedenza, la stessa Corte Suprema d’Inghilterra aveva imposto un divieto di utilizzo dei beni di Khrapunov nel Regno Unito, accogliendo una istanza della BTA Bank contro Khrapunov e Ablyazov, e riconoscendo così il primo in combutta con  il secondo.

Anche in Svizzera iniziano tuttavia a indagare con attenzione la storia della famiglia Khrapunov, in quanto a Ginevra risulta che essi i due coniugi siano accreditati come rappresentanti della Repubblica Centrafricana presso l’ONU. Secondo la summenzionata inchiesta giornalistica, tuttavia, «Viktor e Leila Khrapunov sono stati nominati in questa posizione dall’ex Presidente golpista François Bozizé, prima che questi venisse destituito». Tuttavia essi conservano i passaporti della Repubblica Centrafricana, mentre il figlio Ilyas Khrapunov e la di lui consorte hanno ottenuto la cittadinanza di Saint Vincent e Grenadine, dopo aver acquisito un lotto di terra sul territorio di questa isola caraibica. Tutte queste peripezie indicano che la famiglia Khrapunov è in una posizione assai poco invidiabile,  essendo accusata di aver illegalmente sottratto miliardi di dollari dal proprio Paese d’origine. I legami di Khrapunov con Abljazov, le numerose cause giudiziarie aperte fra Kazakhstan, Ucraina, Stati Uniti e ormai anche altri paesi europei, rischiano di terminare non solo con il blocco dei conti bancari degli inquisiti, ma anche con  l’estradizione nel Paese d’origine. Sinora Viktor Khrapunov e suo figlio Ilyas sono riusciti a sottrarsi alle numerose cause giudiziarie aperte nei loro confronti, ma l’incalzare delle inchieste giornalistiche, l’impegno degli ex partner statunitensi nel pretendere giustizia nelle rispettive controversie, sembrano lasciar presagire un futuro poco roseo per un oligarca che con le sue manovre è stato in grado di condizionare numerosi processi e dinamiche.

Proprio in una fase storica in cui sempre spesso si sente parlare di «poteri forti» e di condizionamenti impropri dell’economia sulla politica, il caso Khrapunov sembra dimostrare concretamente l’importanza del lavoro d’inchiesta giornalistico e della collaborazione internazionale fra Stati per consentire l’applicazione della giustizia e vigilare sulla trasparenza e la liceità delle operazioni finanziarie.

*Erlan Zerastaev è analista politico e giornalista d’inchiesta ad Almaty e Astana, Kazakhstan

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