La tragedia di Dacha-Su e le responsabilità di Atambayev: i problemi di accountability in Kirghizistan

Erlan Zerastaev*

Nei prossimi giorni, la piccola repubblica centroasiatica del Kirghizistan si appresta a commemorare le vittime di uno dei più tragici incidenti della storia del Paese. Un anno fa, il 16 gennaio 2017, un Boeing 747-400 precipitò nella località di Dacha-Su, vicino alla capitale Bishkek: 39 persone persero la vita, tra cui 17 bambini. Ma alla commemorazione si affiancheranno le polemiche per quei giorni in cui il Presidente kirghiso Almazbek Atambayev fu riluttante a incontrare il suo popolo e ad esprimere pubblicamente il proprio cordoglio. Atambayev è stato infatti accusato di essere dispiaciuto più per la perdita delle 85 tonnellate di merci che l’aereo stava trasportando, piuttosto che per le vite umane falciate dalla tragedia.

Il cargo turco Boeing 747-400 stava viaggiando sulla rotta Hong Kong-Bishkek, ma non riuscì a raggiungere l’aeroporto internazionale Manas della capitale del Kirghizistan, precipitando in un villaggio non distante dall’aerodromo e distruggendo o danneggiando una trentina di case. Il volo avrebbe poi dovuto proseguire per Istanbul, e alle 39 vittime si aggiunsero molte persone ferite e ricoverate in ospedale in gravi condizioni.

I Capi di Stato di molti Paesi dell’Asia centrale si affrettarono ad esternare il proprio cordoglio alla popolazione del Paese. Stranamente, proprio il leader kirghiso Almazbek Atambaev restò invece in silenzio. Più tardi emerse da indiscrezioni e fonti incrociate che non soltanto al momento dello schianto la massima autorità dello Stato non era in stato di lucidità (essendo in quel periodo dedito al bere), ma che il silenzio era dovuto al fatto che il disastro di Dacha-Su potesse rivelare alcuni retroscena poco onorevoli per un Presidente che dell’attenzione alla democrazia e ai diritti delle persone ha preteso di fare una vera e propria bandiera.

Le analisi scientifiche sul posto dell’incidente hanno rivelato infatti che le 85 tonnellate di carico merci a bordo del Boeing erano smartphone e tablet. Tale carico non era però segnato nella documentazione del volo, mentre sono state rinvenute istruzioni per l’uso degli apparecchi in lingua russa e kirghisa. Inizialmente le autorità del Kirghizistan risposero alle accuse tentando di dichiarare che il carico era di proprietà della Turchia, e che il volo 6491, registrato presso la compagnia Turkish Airlines, avrebbe dovuto sostare a Bishkek solo per il rifornimento. L’analisi tecnico-scientifica ha però smentito questa versione, dimostrando che il carburante nel serbatoio era più che sufficiente per volare direttamente da Hong Kong a Istanbul, senza fare tappa a Bishkek, come dichiarato inizialmente dalle autorità del Paese.

Degno di interesse è anche il fatto che l’aereo appartenesse in realtà alla compagnia aerea turca My Cargo Airlines, i cui servizi erano stati spesso utilizzati dai partner commerciali del Presidente Atambaev. Non era insomma la prima volta che un aereo scaricava merci da Hong Kong a Bishkek, ritornando vuoto a Istanbul, senza disporre della licenza necessaria. Lo stesso rappresentante della compagnia aerea ha infatti confermato che il velivolo era diretto all’aeroporto di Manas per scarico merci, e già in una cinquantina di occasione aveva volato dalla Cina al Kirghizistan.

Per valutare le proporzioni del carico merci, è sufficiente eseguire un banale calcolo matematico. Un iPhone come quelli che erano a bordo, all’interno dello stesso pacchetto, pesa circa 400 grammi. Ciò significa che 85 tonnellate equivalgono a 212.500 iPhone. Se si calcola che un iPhone 6 o 6S (tra i più ricercati beni al gennaio dello scorso anno) costa circa $ 500 al dettaglio, il costo dell’intero carico sarebbe stimabile in $ 106,25 milioni! Detraendo il costo dell’acquisto (circa il 40%) fanno circa 64 milioni di dollari di profitto netto. Questo è quanto i proprietari del carico avrebbero potuto ottenere da questo viaggio, considerando la merce come contrabbando esentasse.

La tipologia di volo e dei documenti rilasciati per il carico (o meglio l’assenza di documenti) indica chiaramente che i proprietari di questi beni non intendessero dichiarare la merce. D’altra parte nessuno ha rivendicato la proprietà di tutti quei beni di consumo trasportati e distrutti, né in Kirghizistan né in Turchia, secondo quanto dichiarato pubblicamente qualche giorno dopo la catastrofe dal Ministro dei Trasporti del Kirghizistan Zhamshitbek Kalilov. Ciò significa – ed è su questo che si sono incentrate le polemiche – che a proteggere questo business illecito potrebbe esserci stata la più alta carica dello Stato, cioè il Presidente Almazbek Atambayev, il cui silenzio sulla vicenda è stato interpretato come una volontà di mettere a tacere, sia all’interno che all’esterno del Paese, la verità su traffici illeciti.

È stato però un deputato del Parlamento kirghiso, Omurbek Tekebayev del “Jogorku Kenesh” a condurre delle indagini sull’appartenenza del carico, arrivando sino in Europa per trovare delle prove che documentassero i suoi sospetti. Ritornato a Bishkek a Vienna, è stato arrestato all’aeroporto con accuse di frode e corruzione, con l’imprenditore russo Leonid Maevskij a fare da principale testimone dell’accusa. Tekebayev è stato privato dell’immunità dalla Commissione Elettorale Centrale del Kirghizistan, mentre il tribunale lo ha condannato a 8 anni di carcere e alla confisca dei beni. Di recente egli ha denunciato il furto dell’unica cosa che gli era rimasta: una cartella con i documenti raccolti sul disastro aereo del gennaio 2017, che i ladri hanno trafugato dalla casa del suo avvocato.

Forse gli unici che potrebbero affermare a chi apparteneva il carico andato perduto sono ormai solo i Cinesi che volevano esportare questi beni da Hong Kong. Secondo alcune fonti, essi però hanno agito con grande scaltrezza: disponendo di prove compromettenti sul coinvolgimento del Presidente Atambayev, lo hanno persuaso facilmente ad accettare il progetto di costruzione della ferrovia Cina-Kirghizistan-Uzbekistan. Tale progetto sembra essere infatti altamente sfavorevole per Bishkek, in quanto Pechino ottiene di fatto la proprietà del terreno su cui si costruirà questa linea ferroviaria, con i suoi notevoli giacimenti minerari nel sottosuolo, nonché la proprietà della ferrovia stessa.

C’è poi un’altra circostanza che getta ombre sul comportamento antieconomico del governo kirghiso nella scelta di aderire a questo progetto. Negli ultimi quindici anni, la Cina ha sempre cercato di convincere il Kirghizistan a partecipare a tale iniziativa, con il costo della costruzione sul territorio della Repubblica che ammontava a circa $ 2 e che in alcuni frangenti Pechino è sembrata disposta a investire direttamente. Ora Atambayev ha annunciato che il progetto sarà finanziato attraverso un prestito erogato…dalla Cina stessa, e che ammonta a ben 6 miliardi di dollari.

Ciò significa che la Repubblica del Kirghizistan sta per contrarre un debito di 6 miliardi di dollari con la Cina, concedendole contemporaneamente una tratta di territorio, mentre della costruzione della linea – in base agli accordi intergovernativi in corso – sarà incaricata la compagnia cinese “China National Machinery Imp. & Exp. Corporation” (il cui project manager è Zhu Xiaomei), con molti lavoratori cinesi impiegati nei cantieri e i depositi kirghisi che saranno consegnati in Cina. Molti elementi sembrano insomma confermare l’ipotesi che l’accettazione di queste condizioni sfavorevoli altro non sia che il riscatto da pagare per non far sapere che a bordo del Boeing precipitato un anno fa vicino a Bishkek c’era un contrabbando di telefoni cellulari che vedeva implicato il Presidente del Paese.

Se ciò venisse confermato, tale scenario consegnerebbe alla storia un ritratto poco onorevole: il Presidente uscente della Repubblica del Kirghizistan che forse guadagna miliardi nel contrabbando e svende di fatto il proprio Paese, facendo pagare al popolo kirghiso i propri “progetti imprenditoriali” in un’esperienza di governo che pure si è sempre fatta vanto di applicare i principi di democrazia. Ma non può esserci democrazia senza trasparenza, separazione dei poteri e indipendenza della giustizia: a un anno di distanza dal tragico incidente del gennaio 2017, ben poche risposte soddisfacenti sono state date e tante domande restano sul tavolo.

*Erlan Zerastaev è analista politico e giornalista d’inchiesta in Asia centrale

Dopo Expo: il potenziale turistico ed economico del Kazakhstan

Il 15 novembre 2017 a partire dalle 10 si terrà il convegno Dopo Expo:
il potenziale turistico ed economico del Kazakhstan
presso Sala dei Piceni, Piazza di San Salvatore in Lauro 15, Roma.

Il convegno intende individuare le potenzialità emerse a seguito dell’Expo2017 di Astana, dedicato al tema “Future Energy” e incentrato sullo sviluppo sostenibile e l’innovazione tecnologica legata alla sicurezza ambientale. Da una parte, l’Expo ha rappresentato infatti una vetrina per un Paese ancora troppo poco conosciuto in Occidente, che proprio grazie all’esposizione ha potuto mostrare alcuni siti culturali in grado di sfruttare un potenziale turistico inesplorato che sarà illustrato nel corso del convegno. Dall’altro lato, l’Expo va inquadrato anche nella particolare concezione di sviluppo del Kazakhstan: la “Strategia 2050”, in particolare, punta allo sviluppo infrastrutturale e ferroviario di un territorio vastissimo e in larga parte ancora suscettibile di ampliamenti urbano e industriale. La conferenza sarà dunque incentrata sui principi e sulle opportunità concrete che questo Paese può offrire, in particolar modo per l’Italia, mettendo in campo una forte volontà di modernizzazione economico-infrastrutturale connessa alla preservazione della propria identità culturale e alla salvaguardia ambientale del territorio.

Durante il convegno verrà presentato il report IsAG Dopo Expo 2017: il Kazakhstan verso la modernizzazione

Interventi
– S.E. Sergey Nurtaev, Ambasciatore della Repubblica del Kazakhstan in Italia
– On. Edmondo Cirielli, Presidente del gruppo d’Amicizia Italia Kazakhstan
– On. Pietro Laffranco, Membro del gruppo d’Amicizia Italia-Kazakhstan
– Sen. Franco Panizza, Membro del gruppo d’Amicizia Italia-Kazakhstan
– Dott.ssa Alessandra Benignetti, Ricercatrice di IsAG
– Dott. Alessandro Lundini, Ricercatore di IsAG
– Prof. Andrea Carteny, Storico di CEMAS-Sapienza Università di Roma
Modera: Dott. Dario Citati Direttore del Programma «Eurasia» dell’IsAG

ISCRIZIONE RICHIESTA:
https://goo.gl/forms/VS0Fptd7maWav5fP2

Le ingerenze straniere nelle elezioni in Kirghizistan

Askar Juranbekov*
 
Nonostante gli annunci e i buoni propositi su una consultazione pienamente democratica, le recenti elezioni presidenziali in Kirghizistan si sono caratterizzate – come già accaduto in passato – per numerose violazioni procedurali. Innanzitutto si è assistito al palese tentativo, da parte di politici già in carica, di spalleggiarsi o contrastarsi a vicenda senza un reale progetto sul futuro del Paese e sulla sua prosperità. In secondo luogo, si sono registrati tentativi di destabilizzazione del contesto politico e di influenzare indebitamente le elezioni stesse.
 
Secondo numerosi osservatori stranieri, la piccola repubblica centroasiatica si caratterizza per un sistema politico imprevedibile, segnato da una intrinseca condizione di instabilità strutturale. Eventi passati quali le cosiddette “rivoluzione dei tulipani” o “rivoluzioni di aprile”, che hanno portato a drastici cambiamenti al vertice, sono ancora oggi alla base della scarsa propensione di operatori economici stranieri a investire nel Paese, malgrado i tentativi di democratizzare pacificamente la società. E che la scia di tali eventi controversi condizioni tuttora la situazione del Kirghizistan è dimostrato proprio dalle recenti elezioni presidenziali.
        
Da una parte, era palpabile il desiderio che per la prima volta in molti anni la competizione per lo scranno più alto delle istituzioni avvenisse in un contesto di trasparenza e civiltà, con elezioni democratiche e regolari. Il popolo del Kirghizistan avrebbe avuto così l’opportunità di scegliere consapevolmente una forza politica alla guida del Paese che ne orientasse lo sviluppo negli anni a venire. Un esempio concreto di questo spirito, a mio parere, è stata l’alleanza costituita da Omurbek Babanov e Bakit Torobayev, che hanno unito le proprie forze promettendo riforme per migliorare la situazione del Paese. Essi hanno rappresentato l’opposizione al candidato del Partito socialdemocratico del Kirghizistan, Sooronbay Zheenbekov, filo-governativo ed espressione dell’establishment al potere.
 
In questo contesto si è intravista la longa manus di Mukhtar Ablyazov, l’ex oligarca scappato dal Kazakhstan con accuse di corruzione, che già l’anno scorso aveva pubblicamente ammesso di aver finanziato i disordini politici della primavera del 2010, e la cui azione ha ricalcato il medesimo copione. Nel corso della campagna elettorale, su molti media locali si potevano leggere titoli come “Babanov non riuscirà comprare tutti”, “Omurbek Babanov bugiardo senza scrupoli”, “Babanov, un uomo interessato solo al potere personale”, che appunto intendevano screditare e delegittimare completamente il candidato d’opposizione.
         
Nei mass media cartacei così come nella rete, si sono profusi tanti sforzi da parte di giornalisti e blogger prezzolati per cercare di convincere i cittadini kirghisi che l’opposizione al potere non rientrasse nella fisiologica competizione democratica, ma si inquadrasse in una forma di tribalismo e di lotta clanica tendente a mettere una parte del Paese contro l’altra, il Nord contro il Sud.
 
Il risultato è invece che in molte regioni del Kirghizistan si sono avuti appelli di disobbedienza civile da parte di comuni cittadini contro le autorità a seguito del verdetto delle urne. Sono infatti stati denunciati casi di intimidazione aperta da parte dei sostenitori del candidato presidenziale, spesso messi a tacere dal potere stesso, sminuendo il significato che tali avvenimenti hanno avuto sullo svolgimento delle elezioni. Vi sono stati anche casi in cui gli agitatori “anti-Babanov” hanno ricevuto sostegno dall’estero nel tentativo di interrompere i meeting di questo candidato alla presidenza con la popolazione locale nelle regioni meridionali del Paese.
 
Secondo alcune fonti, nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni si stavano preparando dei disordini per le strade della capitale Bishkek con la possibilità di estromettere gli avversari di Zheenbekov e con il presumibile ricorso alla repressione militare, che avrebbe causato sicuramente anche un certo numero di vittime. E dietro questa operazione ci sarebbe appunto Mukhtar Ablyazov, che pare abbia nuovamente scelto il Kirghizistan come terra d’elezione per dimostrare il suo talento nel foraggiare i disordini politici, dopo averci provato senza successo nel suo stesso Paese d’origine.
        
L’interessamento di Ablyazov in Kirghizistan si spiega anche con le sue vicissitudini finanziarie. Com’è noto, egli è stato giudicato colpevole di numerosi illeciti dai giudici di diversi Paesi (dal Regno Unito allo stesso Kazakhstan) e molte delle sue risorse sono state congelate o avocate dello Stato kazako. Di conseguenza, risulta per lui più difficile svolgere attività e reperire capitali. In molti Paesi d’Europa, così come in Kazakhstan, in Russia e in Ucraina, la sua reputazione è così compromessa che difficilmente potrà trovare strade aperte. Il Kirghizistan appare invece una buona piattaforma per acquisire potere, denaro e influenza, soprattutto nella misura in cui egli riuscisse appunto a sostenere governi anche corrotti e contro la volontà democratica del popolo, ma che gli consentano di riacquisire posizioni di potere.
        
Si è visto come in Ucraina le autorità politiche uscite dalla rivoluzione di piazza Maidan abbiano condotto il Paese sull’orlo del disastro economico e della frammentazione etnopolitica. La classe dirigente ucraina attualmente potrebbe essere descritta anch’essa con le categoria dell’oligarchia, di cui fanno parte anche coloro che non hanno più la loro residenza nel Paese ma sono riusciti ad accaparrarsi ciò che prima era proprietà dello Stato. E ancora oggi nulla di buono sembra profilarsi per questo paese, lacerato tra lotte intestine mentre le condizioni di vita della popolazione non accennano a migliorare. In questa stessa vicenda del Maidan Ablyazov non è esente da responsabilità, essendo poi stato ricompensato di risorse derivanti dal bilancio pubblico dello Stato per progetti che non hanno mai visto la luce, spesso con la connivenza del governo di Kiev.
 
Il Kirghizistan è invece un Paese piccolo ma ricco di risorse (acqua, uranio, oro). Una parte di esse è finita in mani straniere, ma una consistente fetta resta in mano allo Stato oppure a imprenditori locali. E non si può quindi escludere che l’ingerenza in quelle che potevano essere le prime elezioni veramente democratiche del Kirghizistan  fosse motivata dal desiderio di impadronirsi direttamente o indirettamente (attraverso fiduciari) di tali risorse. Né che si profili uno scenario di tipo “kazako”, cioè basato sulla stessa modalità operativa che la sua banca ha avuto in Kazakhstan, accumulando creditori e poi abbandonando il Paese. Se così avvenisse anche a Bishkek, per il popolo kirghiso ci vorrebbero decenni a onorare i debiti che egli lascerà nel Paese.
 
Non si può neanche escludere che Ablyazov goda del sostegno di alcune forze in Occidente, che potrebbero guardare con favore ad una ulteriore destabilizzazione della situazione politica in Kirghizistan, anche perché ciò significherebbe puntare una spina nel fianco alla Russia. L’Asia centrale come regione geopolitica è pur sempre infatti sempre parte dell’arco di instabilità di brzezinskiana memoria. C’è da essere fieri della vitalità dimostrata dal popolo kirghiso e auspicarsi che di fronte a ciò il nuovo presidente voglia lavorare a beneficio dei cittadini. Va notato tuttavia che l’amministrazione pubblica ha utilizzato tutti gli strumenti a sua disposizione per sostenere il candidato filo-governativo Sooronbay Zheenbekov, come dimostrano tra l’altro i risultati dei digital forensic svedesi, secondo cui i server governativi del Kirghizistan ospitavano anche siti non legati al governo e che però hanno appositamente lavorato per influenzare gli elettori durante la campagna elettorale.
                                                                                     
Non può stupire in questo contesto la vittoria del candidato designato dal Presidente uscente Atambayev, candidatosi a sua volta alla guida del Partito Socialdemocratico del Kirghizistan. La sua vittoria è stata assicurata in particolar modo in due sedi: quella guidata dal consigliere di Atambayev Farid Niyazov, e quella guidata dal fratello dello stesso candidato presidenziale Asylbek Zheenbekov. Secondo la Commissione Elettorale Centrale del Kirghizistan, Zheenbekov ha ottenuto il 54.44% dei voti, mentre il suo avversario Omurbek Babanov, a capo del partito “Repubblica”, si è fermato al 33,49% dei voti. La cerimonia di inaugurazione del nuovo Presidente del Kirghizistan Sooronbay Zheenbekov è prevista per il 24 novembre prossimo. E sarà da allora interessante osservare come si evolverà la situazione interna alla piccola repubblica centroasiatica.
        
*Askar Juranbekov è analista specializzato sulla politica e l’economia dell’Asia centrale.

L’era di Xi Jinping. Bilanci e prospettive future

Giovedì 2 novembre p.v., dalle ore 10.00, presso la Sala Baracca della Casa dell’Aviatore, Viale dell’Università 20, Roma, si terrà la conferenza di presentazione del numero monografico di «Geopolitica», rivista dell’IsAG, intitolato L’era di Xi Jinping. Bilanci e prospettive future.

Il programma completo del convegno, organizzato dall’IsAG:

Intervengono
Dott.ssa Claudia Astarita (CeMiSS – Sciences Po), Amm. Fabio Caffio (Marina Militare), Dott. Gabriele De Stefano (Ministero Affari Esteri), Dott. Matteo Dian (Università di Bologna)
Moderazione
Dott.ssa Mario Cuffaro  (RAI)

L’ingresso è libero ma è gradita la registrazione tramite il seguente formulario online (clicca qui ).

Gradite giacca e cravatta per i signori uomini.

La Russia e la questione migranti

Ekaterina Krapivnitskaya*

 

I processi migratori rappresentano una delle caratteristiche intrinseche dello sviluppo umano. Così anche la storia della formazione e dello sviluppo della Russia, da sempre multinazionale, è indissolubilmente legata alla migrazione dei popoli, la quale svolge un ruolo di prima portata nella vita di questo paese. La migrazione contribuisce alla formazione del quadro di insediamento, della struttura demografica e del potenziale lavorativo del territorio, inoltre essa influenza la composizione della popolazione e favorisce lo sviluppo socio-economico del paese nonchè lo sviluppo diversificato dell’individuo. Attualmente possiamo individuare i seguenti principali flussi migratori in Russia: 1) Migrazione in Russia dai paesi-membri della CSI e dai paesi baltici; 2) Migrazione dalla Russia verso i  paesi-membri della CSI ed i paesi baltici; 3) Migrazione dalla Russia verso i  paesi esteri.

La particolare situazione migratoria si è generata soprattutto dalla dissoluzione dell’URSS e, in particolare, in conseguenza della creazione delle repubbliche ex-sovietiche indipendenti (cosiddetti “paesi esteri vicini”) e del rapido coinvolgimento della popolazione russa nei rapporti migratori con l’estero (cosiddetti “paesi esteri lontani”). In effetti, la migrazione interna, ossia quella  all’interno dello spazio sovietico si è da subito tramutata in migrazione esterna o internazionale verso la Russia post-sovietica. Così, alla fine dello scorso secolo la Russia è stata l’epicentro dei flussi migratori e da paese di emigrazione è diventata luogo di attrazione per gli immigrati. Parallelamente negli stessi anni si è assistito al ritorno di buona parte della popolazione russa che prima si era insediata nelle altre repubbliche sovietiche[1]. Inoltre, il drastico aggravamento dei rapporti internazionali ha causato l’arrivo in Russia di rifugiati nonché lo spostamento forzato delle persone a causa dei conflitti o catastrofi[2]. Resta comunque evidente, allora come oggi, che il motivo principale della migrazione verso la Russia è legato a problemi economici nei paesi dello spazio post-sovietico e al desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita che porta la maggior parte delle persone a cercare occupazione nella Federazione Russa.

Secondo i dati del Rosstat, l’Istituto nazionale di statistica russo, nel 2016 la popolazione russa è aumentata di 267 300 unità e al 1 gennaio 2017 ne ha contato 146, 8 milioni[3]. La crescita della popolazione è dovuta in gran parte al saldo migratorio positivo pari a 262 000 persone nel 2016 (98% dell’accrescimento totale). In generale, a partire dalla dissoluzione dell’URSS il saldo migratorio è stabilmente positivo e permette di ricompensare il calo naturale della popolazione[4]. In effetti, ogni anno la Russia accoglie circa 16 milioni di cittadini stranieri, la maggior parte dei quali è proveniente dai paesi dell’ex-URSS – Ucraina, Uzbekistan, Tagikistan, Azerbajdgan, Kazakistan, Moldavia, Armenia, Giorgia, Bielorussia, Kirghizstan[5]. Inoltre, è significativo anche il flusso migratorio da paesi come Cina, Turchia, Vietnam e Corea del Nord. Aumentano anche gli immigrati dai paesi occidentali. Così, la Russia è tra i primi paesi con il maggior numero dei migranti stranieri.

Per quanto riguarda le politiche statali nell’ambito migratorio, ci sono alcune peculiarità. In primo luogo, è da notare il fatto che la legislazione russa non contiene la nozione “immigrato” o “migrante”. Ufficialmente esiste solo il termine “cittadino straniero” – ossia la persona che possiede la cittadinanza di uno stato estero e deve ottenere, o ha già ottenuto, il visto oppure il permesso di soggiorno in Russia – e “persona senza cittadinanza”[6]. In secondo luogo, all’ingresso alla dogana della Federazione Russa i cittadini stranieri o le persone senza cittadinanza sono obbligati a compilare la carta migratoria e a consegnarla all’uscita dal paese[7]. Senza questo documento non sarebbe possibile effettuare la registrazione e ottenere il permesso di lavoro o di soggiorno, e di conseguenza, la permanenza sul territorio russo sarebbe illegale. La carta migratoria è uno strumento attraverso il quale gli organi interni della Federazione effettuano il controllo della permanenza temporanea degli stranieri in Russia.

L’arrivo dei migranti in Russia rappresenta uno dei fattori di accrescimento della popolazione mentre i lavoratori stranieri qualificati sono necessari per lo sviluppo economico sostenibile. Vale a dire che anche i paesi di origine traggono non pochi vantaggi dato che i migranti inviano le rimesse o ritornano con maggiori risorse finanziarie. Esemplari sono i casi della Moldavia e del Tagikistan, i cui PIL sono costituiti dalle rimesse per il 20% e il 48% rispettivamente. Tuttavia, attualmente, l’attrattiva migratoria della Russia in confronto ad altri paesi di immigrazione è piuttosto bassa e si diffonde principalmente sui cittadini-membri della CSI. Le nuove generazioni di migranti che arrivano nella Federazione Russa, rispetto ai loro predecessori, hanno bassi livelli di istruzione, conoscenza della lingua russa e formazione professionale. Inoltre, la legislazione russa nell’ambito migratorio è orientata all’attrazione dei lavoratori stranieri per un lavoro temporaneo e non contiene misure per facilitare il trasferimento permanente, l’adattamento e l’integrazione dei migranti. D’altra parte, si sta riducendo il numero dei rifugiati e delle persone che ricevono asilo in Russia anche a causa della possibile minaccia terroristica.

L’imperfezione del sistema di gestione dei flussi migratori in vigore si manifesta nella presenza di un gran numero dei migranti illegali. Ogni anno da 3 a 5 milioni di cittadini stranieri, spesso provenienti dal Caucaso o dall’Asia Centrale e Orientale, svolgono attività lavorative nel paese senza autorizzazione ufficiale. L’immigrazione clandestina che alimenta con la forza lavoro il settore dell’economia nera e della criminalità è una delle principali ragioni del crescente malcontento in una parte della popolazione della Federazione Russa nei confronti dei migranti[8]. Tale situazione neccessita di particolare attenzione soprattutto perchè la concordia civile è uno dei principali requisiti per l’esistenza pacifica di un paese con così ampia varietà di lingue, culture ed etnie come la Russia.

L’emblema della nuova politica statale in materia di migrazione e, nello stesso tempo, il documento fondamentale che stabilisce le basi per una nuova concezione della migrazione e per la sua gestione è la Strategia nazionale sulla migrazione della Federazione Russa. Adottato nel 2012, il documento contiene i principi ed i meccanismi di realizzazione della politica statale nell’ambito migratorio fino al 2025.  Tra i cambiamenti più importani si annoverano: il riconoscimento della dipendenza della Russia dai flussi migratori (per la prima volta la Russia viene considerata quale paese di immigrazione) e la necessità di migliorare la legislazione vigente; la priorità data alla migrazione permanente ed a lungo termine nonché alla migrazione familiare e la successiva elaborazione dei programmi specifici per l’integrazione dei migranti e per la tutela delle loro culture e tradizioni; l’importanza attribuita non solo ai migranti altamente qualificati che rappresentano la priorità e anche la necessità per lo sviluppo sostenibile ma anche ai lavoratori mediamente qualificati e ai giovani; il riconoscimento del ruolo degli organi territoriali e delle ONG. Come suoi obiettivi la Strategia pone la sicurezza nazionale, la massima tutela e il benessere sia dei cittadini che dei migranti e prevede la risoluzione dei problemi demografici e di quelli legati allo sviluppo economico attraverso il sostegno alla migrazione permanente e alla migrazione in Russia per motivi di lavoro nel rispetto delle norme internazionali e dei diritti umani. Nel documento si evidenzia la necessità di garantire meccanismi di attrazione e buone condizioni di vita per i migranti altamente qualificati, gli imprenditori e gli investitori che arrivano nel paese per il lungo periodo, creare le condizioni per l’adattamento dei migranti temporanei, aumentare il senso di tolleranza e contrastare la xenofobia, effettuare il controllo e il monitoraggio a livello federale e regionale, rendere accessibili le informazioni riguardanti i processi migratori e le decisioni in materia di attuazione della politica di migrazione dello stato, ridurre il livello di migrazione illegale[9]. Inoltre, si dedica molta attenzione alla cooperazione internazionale nell’ambito migratorio. Nel contesto della nuova politica migratoria, innestata in uno scenario di crisi internazionale per quanto riguarda la migrazione illegale, sono state introdotte nuove regole per i migranti che desiderano trovare occupazione, in particolare, essi devono presentare il certificato di conoscenza di lingua, storia e legislazione fondamentale della Russia o sostenere i relativi esami. Inoltre, sono obbligati ad avere il Numero di Identificazione Fiscale, certificati medici e il passaporto per l’estero. Dal 2016 i cittadini dei paesi che non necessitano del visto della Federazione Russa per effettuare attività lavorative devono ottenere un patènt ossia una licenza (che non rientra nelle quote annuali ed è acquistabile) mentre i cittadini dei paesi dell’Unione Doganale non hanno bisogno dell’autorizzazione per lavoro.

In genere, la politica statale si esprime al meglio nelle parole della speaker del Consiglio della Federazione Valentina Matvinenko, la quale ha dichiarato che “la migrazione non è un fenomeno negativo se avviene nel rispetto delle leggi e se stimola l’economia del paese senza alimentare il settore del commercio illegale e il livello di criminalità”. Si punta sul modello multiculturale ma con una migrazione regolamentata.

 

* Ekaterina Krapivnitskaya è collaboratrice del Programma «Eurasia» dell’IsAG.

[1] Nelle condizioni della forte crisi economico-sociale e dei conflitti armati la Russia è diventata una casa praticamente per tutti i popoli dell’ex Unione Sovietica. All’inizio degli anni 90’ al di fuori della Russia risiedevano più di 25 millioni dei russi e circa 4 millioni delle altre etnie titolari della Russia che con il crollo dell’URSS sono subito diventati minoranze etniche e non hanno ottenuto la cittadinanza russa. Per risolvere questa situazione, nel 2006 è stato adottato il Programma statale volto ad agevolare il rimpatrio volontario nella Federazione Russa dei connazionali residenti all’estero. Grazie a questa iniziativa del governo, сhe prevede varie agevolazioni e assistenza economica, si assiste al ritorno delle migliaia di persone. Secondo le statistiche, dal 1989 al 2004 la popolazione è aumentata di 3,5 millioni di russi proprio grazie alla migrazione di ritorno. Per maggiori approfondimenti si clicchi  qui.

[2] Stante la regolarità di tali flussi, nel febbraio del 1993 sono state adottate due leggi: “La legge sui rifugiati”, ossia sulle persone provenienti dai paesi ex-sovietici e dai paesi esteri che cercano asilo politico in Russia, e “La legge sulle persone forzatamente spostate” che riguarda i cittadini russi (sovietici) che sono stati costretti a lasciare la loro abitazione permanente.

[3] Per quanto riguarda la composizione etnica, un dato molto importante è che sul territorio russo sono presenti più di 180 minoranze etniche. Vale a dire che la cittadinanza e la nazionalità non sempre corrispondono. Soltanto circa l’80% della popolazione è considerata etnicamente russa. Secondo l’ultimo censimento della popolazione del 2010, tra le etnie più numerose vi sono i tartari, gli ucraini, i bashkiri, i ceceni e gli armeni. In effetti, per tutelare le minoranze sul certificato di nascita viene specificata la nazionalità di entrambi i genitori anche se la cittadinanza del figlio è russa. Il termine “russkij” che significa russo nel senso etnico e quello “rossijanin” ossia cittadino russo in italiano sono entrambi tradotti come “russo”, fatto che spesso crea confusioni. Da notare anche il fatto che i soggetti della Federazione Russa si suddividono in diversi tipi, tra i quali sono presenti le Repubbliche in cui di solito abitano principalmente i cittadini russi delle etnie diverse dalla russa, ad es. la Repubblica Tatarstan o la Repubblica Daghestan. Tali soggetti federati sono dotati della maggiore autonomia nonchè della propria lingua riconosciuta ufficialmente e della Costituzione.

[4] Fonte: Rosstat.

[5] Nel 2016 sono arrivati 16 290 031 cittadini stranieri mentre nel 2015 erano 17 333 777. Sul territorio russo alla fine del 2016 si trovavano circa 9,7 milioni di immigrati fissi. Nel primo trimestre del 2017 il saldo migratorio è diminuito quasi di 1/3 rispetto allo stesso perdiodo del 2016 ed è calato il flusso soprattutto dei migranti ucraini. Tale cambiamento si spiega dal fatto che l’Unione Europea ha liberalizzato il regime d’ingresso per l’Ucraina. Fonte: MAI Russia.

[6] Art. 2 parte I della legge federale FZ №115 “Sullo stato normativo dei cittadini stranieri nella Federazione Russa” del 25.07.2002.

[7] Art 25.9 part IV della legge federale FZ №114 “Sulla modalità di ingresso nella Federazione Russa e di uscita dalla Federazione Russa” del 15.08.1996. Secondo la legge, la durata massima della carta migratoria è di 1 anno ed è prorogabile se il cittadino straniero ottiene il permesso per i motivi di lavoro, studio, salute ecc. Gli stranieri senza visto ricevono la carta con validità fino a 90 giorni entro i quali essi possono stare sul territorio russo a condizione che si  registrino durante la prima settimana della loro permanenza.

[8] Nel 2016 più di 60 mila persone sono state deportate e circa ai 230 mila è stato negato l’ingresso. Queste cifre sono dimezzate rispetto al 2015. Per maggiori informazioni qui.

[9] La Strategia sarà realizzata in tre tappe: la 1 (2012-2015) prevede l’elaborazione della normativa e la creazione dell’infrastruttura per il soggiorno e l’integrazione dei migranti lavorativi nonchè la creazione dei centri a sostegno degli immigrati; la 2 (2016-2020) prevede il miglioramento del sistema di analisi e di gestione della situazione migratoria; infine con la 3 (2020-2025) si pianifica di garantire i flussi migratori nelle zone della Siberia e dell’Estremo Oriente.

La corte del Re: ancora intorno al caso Khrapunov-Ablyazov

Erlan Zerastaev*

È noto che molto spesso i cosidetti “dissidenti” in fuga dal Paese d’origine non per motivi ideologici, bensì per una supposta pressione politica, tendano a circondarsi di vari amici e sostenitori. La storia sembra dimostrare che, almeno nell’ultimo quarto di secolo, in molti casi si tratta di persone chiamate a rispondere davanti ai tribunali per reati a loro ascritti e subire delle condanne alla reclusione spesso per reati legati alla corruzione. Non è peregrino osservare la facilità con cui molti di questi fuggiaschi siano capaci di cambiare orientamento politico in base alle circostanze e alle convenienze. La maggior parte di coloro che hanno trovato asilo in Europa, pochi anni fa non avrebbero lontanamente pensato di potersi presentare come accaniti difensori dei diritti umani e dello stato di diritto. E molto spesso, essi riescono in tal modo persino guadagnarsi da vivere. Ciò riguarda soprattutto gli oligarchi scappati dai paesi ex sovietici, che con questa prassi non soltanto riescono a sottrarsi alla giustizia nella madrepatria, ma accumulano ulteriori ricchezze partecipando al coro di chi, dietro opportuno sostegno, pretende di cantare la musica della democrazia.

Non a caso si suol dire che il Re è fatto anche dalla sua corte, perché essa riflette perfettamente la realtà del suo benefattore e referente. Analizzando quindi la rete di amici, sostenitori e associati a vario titolo, è possibile individuare il carattere e il livello di influenza di ciascuno di essi. Nel caso di Mukhtar Ablyazov, l’ex banchiere scappato dal Kazakhstan con l’accusa di appropriazione indebita della banca BTA per circa 7,5 mld di dollari in quattro diversi Paesi e in altri tre per riciclaggio di denaro, c’è una rosa di sostenitori che ovviamente coinvolge anche i suoi parenti. Spicca anche la famiglia di un altro dissidente, Viktor Khrapunov, già sindaco di Almaty e anch’egli ricercato internazionale con accuse di corruzione, che vive in Svizzera. L’Ucraina richiede l’estradizione di suo figlio Ilyas per l’organizzazione di un attacco hacker al database dello studio legale che difendeva gli interessi della filiale ucraina della banca BTA, appartenuta ad Ablyazov stesso e che oggi ha intentato appunto azioni legali contro di lui. Ilyas Khrapunov, figlio di Viktor, è genero di Ablyazov avendone sposato la figlia: una volta scoperta la connessione con l’ex banchiere, in Gran Bretagna alla famiglia Khrapunov è stato interdetto l’usufrutto di alcune proprietà.

Come è noto lo stesso Viktor Khrapunov è sotto inchiesta da parte della giustizia statunitense, che indaga sul caso di riciclaggio di denaro sottratto da Ablyazov in Kazakhstan tramite società offshore, aperte appunto da Khrapunov negli USA e attraverso le quali sono state acquistate numerose proprietà immobiliari. Il figlio Ilyas e la moglie sono invece riusciti ad ottenere sorprendenti e inusuali incarichi diplomatici come “rappresentanti della Repubblica centrafricana a Ginevra”. E anche la moglie di Ablyazov usufruisce di analogo passaporto diplomatico. Un altro parente collegato a questi personaggi – Sirym Shalabayev, il fratello della moglie di Ablyazov – durante il processo a Londra ha invece riparato in Lituania.

Le autorità lituane lo hanno bloccato su richiesta dell’Interpol, incriminandolo – assieme ad Ablyazov ed altri – per appropriazione indebita di diversi miliardi di dollari fra Kazakhstan, Ucraina e Russia.  Sembra tuttavia che a Vilnius siano piuttosto indulgenti con Ablyazov, mentre al contrario hanno ad esempio negato il permesso di soggiorno all’ex sindaco di Mosca Yuri Luzhkov, che ha portato non poco denaro in Lituania investendo capitali in istituti finanziari e acquistando proprietà immobiliari. In quel caso gli organi competenti della Lituania hanno attentamente monitorato l’origine delle ricchezze di Luzhkov. Nel caso di Sirym Shalabayev, invece, non vi è stata nessuna analoga inchiesta, benché  egli risulti appunto ricercato in quattro Paesi: Kazakhstan, Russia, Ucraina e Gran Bretagna (in quest’ultimo, la Corte Suprema gli ha inflitto una condanna a 18 mesi di reclusione).

I sostenitori di Mukhtar Ablyazov, per qualche strano motivo, sembrano amare ancora di più un altro Paese: la Polonia. Qui infatti sono di stanza il giornalista Igor Vinyavskiiy, stipendiato da Ablyazov stesso e impegnato a scrivere contro il suo Paese; Muratbek Ketebayev, ex capo della fondazione “Attivismo Civile”, altra organizzazione foraggiata da Ablyazov. E così altri sostenitori tutti riconducibili all’ex banchiere kazako, tutti “brillanti” e assai poco convenzionali. A Varsavia si trova infatti il quartiere generale di una fondazione specializzata nel difendere Ablyazov stesso dalle “accuse ingiuste”. Altra importante tipologia di attività di quest’associazione sembra essere il tentativo costante di compromettere la stabilità politica di quei Paesi ex sovietici dove un tempo lavorava Ablyazov e sottraeva illegalmente denaro.

A capo di tale fondazione c’è tale Ludmila Kozlovskaya, una giovane donna ucraina che sembra avere, come vari altri accoliti della coorte di Ablyazov, una certa passione per la violenza fisica nelle dimostrazioni di piazza. Nel 2014 la troviamo infatti come partecipante attiva della Rivoluzione arancione in Ucraina e “pasionaria” a capo della campagna per chiedere il ritiro della flotta russa da Sebastopoli. In una circostanza si è resa anche responsabile di un’aggressione nei confronti del candidato alla presidenza polacca Balli Mazhez, che si opponeva alla presenza della fondazione “Dialogo aperto” e al sostegno che Varsavia  offriva ad Ablyazov. Si direbbe che oggi, tuttavia, della folla in precedenza così numerosa dei sostenitori di Ablyazov i fedeli siano rimasti pochissimi. Il banchiere sembra infatti disinteressarsi al destino di coloro che l’hanno difeso e si sono messi al suo servizio.

Quando una nota figura pubblica del Kazakhstan come V. Kozlov è stato condannato perché su commissione di Ablyazov e con il suo sostegno economico ha organizzato manifestazioni non autorizzate a Zhanaosen, provocando scontri con le forze dell’ordine, il suo referente gli ha voltato le spalle, perché ha smesso di sostenere sia lui che la sua famiglia. Lo stesso vale per altri ex sodali che oggi non sono più utili alla sua causa: ad esempio Aydos Sadikov, un uomo riconosciuto affetto da problemi psichiatrici ma in passato prezzolato da Ablyazov come “difensore della democrazia”.

Il Re è fatto dalla corte, si diceva. E quella di Ablyazov era molto particolare: tra i suoi uomini non vi sono mai state persone che brillavano per onestà e competenza, bensì spesso faccendieri e funzionari corrotti che hanno trovato grazie a lui il modo di guadagnare grazie a un tema oggi assai di moda quale la promozione della democrazia. Tutti questi fatti dovrebbero insegnare qualcosa a quei politici e opinionisti che, in Europa, tendono a credere acriticamente a tutti gli improvvisati difensori dei diritti senza indagare sulle connessioni e gli interessi che si muovono dietro le loro azioni.

Erlan Zerastaev è analista geopolitico e giornalista d’inchiesta ad Astana, Kazakhstan.

Perché le elezioni in Kirghizistan possono restare nella storia

Andrej Vedunov

  

Le elezioni che si stanno svolgendo in Kirghizistan avevano in principio tutte le carte in regola per restare nella storia. Per essere ricordate, cioè, come una tornata elettorale capace di porre fine ad un’epoca di instabilità, implicante il primo passaggio pienamente pacifico di potere nella repubblica centroasiatica da parte del Presidente uscente, ad un nuovo, legittimamente eletto capo dello Stato. Queste elezioni resteranno probabilmente nella storia, non soltanto negli annali di questo paese, bensì di tutta la regione. Ma per ben altre ragioni.
 
La questione della legittimità delle elezioni presidenziali in Kirghizistan è divenuta infatti molto dibattuta già all’avvio della campagna elettorale. In tutta la repubblica si sono registrati fenomeni di propaganda elettorale e agitazione al limite della legalità. Per questo motivo, alcuni esponenti del movimento “Elezioni libere”, composto da diversi politici e attivisti civili, si sono rivolti a più riprese al Presidente della Repubblica, al Presidente della Commissione Elettorale Centrale e al Primo ministro con la richiesta di prendere dei provvedimenti a riguardo. Che però non sono arrivati.
 
E ciò non desta stupore. Gli stessi più alti funzionari del Kirghizistan sono stati sovente accusati fare lobby in favore degli interessi di questo o quel candidato, molto spesso pienamente individuabile. Il Presidente Almazbek Atambaev, considerando la sua posizione, forse solleticato dall’idea di provare a vincere senza ostacoli rispetto ad altri pretendenti, ha apertamente sostenuto il candidato del suo stesso Partito Social-Democratico, l’ex primo ministro Sooronbai Jeenbekov. Il che rappresenta comunque una violazione patente della legislazione elettorale. Sulla scia del Presidente si sono messi a fare i propagandisti politici anche quei rappresentanti religiosi o delle istituzioni che, in ragione della carica ricoperta, avrebbero dovuto restare equidistanti rispetto a tutti i candidati. 

A giudicare con attento spirito di osservazione tutto ciò che accade intorno a chi comunque è ancora la più alta carica dello Stato, lo strumento della propaganda elettorale sembrano essere soprattutto le amministrazioni locali del Kirghizistan. Alla riunione del  Žogorku Kenesh, il Consiglio supremo del Kirghizistan, si sono avute numerose comunicazioni relative a una propaganda elettorale illegittima da parte delle autorità locali con affissione di manifesti recanti slogan politici di una sola parte, chiusura di locali dei candidati avversari, che non a caso sono spesso i principali avversari di Sooronbai JeenbekovRisulta difficile credere che azioni di questo tipo provengano soltanto dall’iniziativa spontanea degli amministratori locali, senza alcuna indicazione in tal senso che provenga dall’alto. 

Un altro motivo di scandalo di queste elezioni è stato l’arresto di un deputato del Žogorku Kenesh, per sospetta organizzazione di un colpo di Stato. Il sospetto in questione, Kanat Isaev, è uno stretto collaboratore del leader del partito “Repubblica” Omurbek Babanov – principale avversario del candidato filo-governativo Sooronbai Jeenbekov. Può mai trattarsi di un’altra coincidenza casuale? Le accuse a suo carico sono state portate senza la benché minima prova a supporto. E guarda caso ciò è avvenuto in un momento della campagna elettorale in cui, secondo i risultati dei sondaggi, la popolarità di Jeenbekov era ormai in caduta libera.
 
Oltre a questi fatti se ne potrebbero elencare numerosissimi altri, includenti la spedizione in massa di informazioni fasulle sul ritiro di taluni candidati dalle liste o sull’unificazione di alcune forze politiche. Si sono parimenti avute minacce di candidati gli uni contro gli altri, minacce ai giornalisti che cercavano di capirci qualcosa in questo caos elettorale e smascherare i responsabili, nonché diffusione massiccia di materiali compromettenti. I mass media non si sono fatti scrupoli a pubblicare materiali molto personali, e spesso anche qui falsi, sui candidati alla presidenza: soprattutto radio e televisioni pubbliche hanno lavorato in questa direzione. Ma tutto sarebbe avvenuto, si vuol far credere, senza direttive da parte del potere in carica. La conclusione logica di questo processo è stato il rifiuto, da parte di una delegazione di osservatori, di prendere parte al monitoraggio delle elezioni stesse.
 
Come è risultato successivamente, tutto ciò è stato però soltanto un esercizio di riscaldamento rispetto all’azione principale. Il processo di votazione come tale è stato disseminato da una quantità di violazioni senza precedenti. Schede stracciate, propaganda elettorale vietata ad alcuni e operazioni di voto autorizzate persino con documenti altrui ad altri. In uno dei seggi hanno fermato un elettore che stava per inserire nell’urna elettorale ben 20 schede; in un altro questa operazione veniva compiuta addirittura da un membro della commissione, che aveva un totale di 56 schede. E questi sono soltanto i casi che si è riuscito a documentare: bisogna immaginare quante situazioni analoghe si sono verificate ma sono rimaste senza traccia.
 
Tenendo conto di tutto ciò, le elezioni presidenziali in Kirghizistan non possono a mio parere essere considerate legittime. È invece legittima come minimo un’inchiesta che accerti cosa è accaduto, e come massimo una ripetizione delle votazioni: questa volta in tutt’altre condizioni, sotto l’occhio attento e trasparente di osservatori internazionali indipendenti, estromettendo dalla responsabilità amministrativa coloro che sono riconducibili al vertice politico del Paese.
 
In caso contrario comprendiamo invece molto bene come il Kirghizistan, che a lungo e con difficoltà si è sforzato di compiere un percorso verso la democrazia, rischi per la volontà improvvisata o per il capriccio di alcuni di ripiombare nuovamente nell’illegalità e nel caos.
Fonte: Avesta, 15 ottobre 2017

Gli sviluppi del caso Khrapunov nelle inchieste USA

Erlan Zerastaev*

Quasi come un’epidemia di influenza virale, si direbbe che l’amor di patria e il fervente desiderio di fare militanza politica colpisca molti ex funzionari pubblici di Repubbliche dell’Asia centrale scappati dal proprio Paese con pesanti accuse di corruzione. Uno dei sintomi inequivocabili di questo amore tardivo e non corrisposto è la febbricitante ansia per la democrazia che sembra assalire molti di questi funzionari in fuga. Così si potrebbe descrivere la parabola di Viktor Khrapunov, che nel natio Kazakhstan è accusato appunto di corruzione, frode e riciclaccio di denaro, ma che ama dare lezioni di democrazia dall’estero spendendo in Svizzera quel patrimonio finanziario che le autorità kazake gli contestano d’aver sottratto illegalmente. Sul suo sito ufficiale si può leggere ad esempio che egli  «si impegna a favorire la partecipazione politica attiva degli abitanti della Repubblica nel prendere decisioni riguardanti il proprio futuro. Sono convinto che la Svizzera possa diventare un esempio per i Paesi che hanno da poco intrapreso la strada della democrazia».

La captatio benevolentiae verso la Svizzera è un gesto ben comprensibile, considerato che lì vive oggi tutta la famiglia Khrapunov, che risulta una delle più ricche del Paese, e che trae questa ricchezza proprio dai beni e dai patrimoni portati via dal Kazakhstan. Dove, invece, l’ex sindaco Khrapunov è stato riconosciuto colpevole di aver provocato un danno erariale allo Stato di almeno 300 milioni di dollari. Sono una ventina i fascicoli relativi a procedimenti penali nei suoi confronti, risultando egli ricercato anche dall’Interpol per accuse di riciclaccio di denaro, frode, associazione a delinquere, abuso di potere e corruzione.

Secondo l’accusa, l’ex sindaco kazako avrebbe sviluppato uno scaltro schema per utilizzare illegalmente i fondi pubblici. Attraverso alcune società offshore e soprattutto l’azienda intestata a sua moglie, Khrapunov ha acquistato beni immobiliari in Svizzera e negli Stati Uniti, mentre lui risulta formalmente, dal punto di vista fiscale, un modesto pensionato. Questa impresa familiare è divenuta famosa a Losanna per una serie di attività che, secondo gli investigatori, sono funzionali al riciclaggio di una parte dei fondi accumulati illegalmente quando era sindaco. Tali flussi finanziari si riferiscono ad esempio alle tangenti ricevute durante la costruzione di un nuovo terminale dell’aeroporto di Almaty, agli affari con la società belga Tractabel per la vendita del complesso energetico comunale, nonché alla cessione illegale di terreni comunali a proprietari privati.

Negli Stati Uniti la famiglia Khrapunov ha avuto però qualche difficoltà in più. I tribunali statunitensi, verificando e poi accogliendo le istanze provenienti dagli omologhi kazaki, hanno infatti già da tempo pignorato le proprietà immobiliari dei Khrapunov (che negli USA possiedono diverse ville). Sono in corso inoltre diversi processi contro i Khrapunov con l’accusa di riciclaggio di denaro e perfino versamento di tangenti a funzionari statunitensi. Naturalmente, poiché tutte le operazioni finanziarie contestate venivano effettuate non direttamente a nome di Khrapunov, ma per l’appunto attraverso altre persone giuridiche e società off-shore, è necessario del tempo per acquisire tutte le prove certe dell’appartenenza degli immobili e delle proprietà acquisite all’ex funzionario kazako riparato in Svizzera. La solerzia dei giudici americani fa sì tuttavia che molti elementi inizino a chiarificarsi.

E qualcosa di interessante è già venuto a galla. Dall’inchiesta risulta che Khrapunov, nelle operazioni di riciclaggio denaro, ha utilizzato almeno tre società: «Soho 3310», «Soho 3311» e «Soho 3203». Trattandosi di società a responsabilità limitata, il reale proprietario può facilmente essere occultato. Appena dopo una settimana la loro creazione, queste società hanno pagato più di tre milioni di dollari per l’acquisto di un appartamento di lusso a Manhattan, divenuto improvvisamente proprietà della famiglia Khrapunov. Gli investigatori statunitensi hanno accertato che il beneficiario finale delle varie «Soho» era Elvira Kudryashova, la figlia di Viktor Khrapunov. Le stessa ha pagato lo studio legale di Martina Iana con sede a New York, divenuto agente e intermediario di tutte le operazioni finanziarie targate «Soho».

Oltre a ciò, è documentata la collaborazione della famiglia Khrapunov con un altro ricercato ben più noto, l’ex banchiere Mukhtar Ablyazov. Indagini in Kazakhstan e nel Regno Unito hanno accertato che il figlio di Khrapunov, Ilyas, è sposato con la figlia di Ablyazov. Appare perfettamente logico che l’ex banchiere abbia voluto coinvolgere non direttamente Khrapunov, bensì un suo parente stretto ma meno in vista. Proprietario del gruppo societario «Swiss Development Group », Ilyas Khrapunov ha utilizzato questo strumento per trasferire i soldi illegalmente incassati dal padre dal Kazakhstan alla Svizzera. Questa società si occupava di ricerca di importanti progetti di sviluppo, per i quali venivano trasferiti i fondi dal Kazakhstan, dalla Russia e dall’Ucraina ove si trovavano le filiali dalla Banca BTA facente capo ad Ablyazov.

L’aumento di capitale delle società di Ilyas Khrapunov attraverso il denaro di Ablyazov ha permesso così di realizzare progetti assai prestigiosi nel settore immobiliare: Parco Kempinski; Residenza Chardon; 51 Degris a Loches – Les Bains, residenza “Pinnacle a Saas Fee”; l’hotel “Igloo” in Francia, l’acquisizione delle società di Rockefeller Esteyta o Rockefeller Living. In generale, specializzandosi in investimenti in grandi hotel a cinque stelle e alberghi privati in Svizzera ed altri Paesi, i Khrapunov con la complicità di Ablyazov sono riusciti a trasformare i fondi sottratti illegalmente in Kazakhstan in attività immobiliari «pulite». Questo spiega l’atteggiamento della famiglia Khrapunov, poco preoccupata del denaro derivante da corruzione in Kazakhstan nella misura in cui esso si è trasformato in immobili, azioni o società di investimento intestate a presone terze. Che insieme agli aiuti di Ablyazov hanno costituito un buon patrimonio di famiglia. Grazie a queste complesse attività finanziarie con fondi illecitamente sottratti al proprio Paese Khrapunov sembra poter non soltanto godersi la vecchiaia di pensionato, ma anche godere della facoltà di pontificare sulla democrazia del proprio Paese d’origine, da cui è formalmente scappato dopo aver commesso illeciti per rifugiarsi nella neutrale Svizzera, ma sul quale i procedimenti giudiziari statunitensi stanno facendo sempre più luce.

*Erlan Zerastaev è analista politico e giornalista d’inchiesta ad Astana, Kazakhstan

 

L’alleanza Usa-Giappone nell’era Trump

Venerdì 13 ottobre p.v., dalle ore 17.30, presso l’Istituto Giapponese di Cultura, sito in Via Antonio Gramsci 74, Roma, si terrà la conferenza L’alleanza Usa-Giappone nell’era Trump.

Donald Trump è giunto alla Presidenza degli Stati Uniti d’America promettendo
un profondo cambiamento in politica estera. L’ipotesi d’una svolta isolazionista
e protezionista ha alimentato dibattiti in tutto il mondo, e sebbene per ora
essa non sembri concretizzarsi, il futuro dell’alleanza tra Usa e Giappone e
dei complessi rapporti tra Washington e Pechino rimane incerto. Inoltre,
l’acuirsi delle tensioni con la Corea del Nord per i suoi test nucleari e missilistici
ha aggiunto ulteriore imprevedibilità al teatro est-asiatico.

Il programma completo del convegno, organizzato dall’IsAG, dall’Istituto Giapponese di Cultura e dall’Ambasciata del Giappone in Italia:

Saluti istituzionali
Akihiko Uchikawa (Ambasciata del Giappone), Tiberio Graziani (IsAG), Jun
Takeshita (Istituto Giapponese di Cultura)
Moderazione
Giulia Pompili (Il Foglio)
Relazioni
Axel Berkofsky (Ispi e Università di Pavia), Antonio Moscatello (Aska News),
Giulio Pugliese (King’s College, Londra), Daniele Scalea (IsAG)
Seguiranno dibattito col pubblico e rinfresco

L’ingresso è libero ma è gradita la registrazione tramite il seguente formulario online (clicca qui ).

 

La Catalogna presentata agli italiani: il volume IsAG presentato a Roma

Il 19 settembre 2017, presso i locali dell’Istituto Luigi Sturzo di Roma, si è tenuta la Conferenza di presentazione della monografia “La Catalogna presentata agli italiani: cultura, economia e ambizioni future”. Frutto della collaborazione tra la Delegazione in Italia del Governo della Catalogna e l’Istituto di Alti Studi di Geopolitica e Scienza Ausiliarie (IsAG), la presentazione ha cercato di offrire un esempio di diplomazia pubblica che unisca il rigore scientifico alla finalità divulgativa, rivolgendosi dunque non solo ad analisti specializzati ma ad un pubblico più ampio. L’idea del volume nasce dall’esistenza d’una relazione privilegiata tra il nostro Paese e la Catalogna, costituita da nessi storici, economici e culturali secolari.

La conferenza è stata introdotta dall’On. Altero Matteoli che ha immediatamente posto l’attenzione sulle analogie tra la Catalogna e l’Italia, accomunate da secoli di storia, dalla presenza di una consistente comunità italiana nella Comunità Autonoma e dallo spirito europeista. A seguire gli interventi introduttivi del Delegato del Governo Catalano in Italia Luca Bellizzi e il Consigliere IsAG Dario Citati, hanno spiegato che lo scopo dell’iniziativa è di rendere la Catalogna visibile a 360° non solo per le relazioni economiche che la legano all’Italia, ma anche per la dimensione storico-culturale. La Catalogna, d’altronde, rappresenta anche una delle realtà regionali aggredite dalla globalizzazione, che con le sue tendenze centrifughe minaccia popoli, storia e istituzioni delle “piccole patrie”.

La Catalogna, come sottolineato da Francesco G. Leone, Segretario dell’IsAG, rappresenta un caso peculiare che differisce dalle regioni europee che negli ultimi anni hanno avanzato istanze indipendentiste. Gli aspetti che demarcano questa differenza affondano le proprie radici in aspetti geografici, economici e sociali che rendono il Paese un unicum in Europa. La posizione strategica occupata dalla Catalogna ha permesso alla Comunità Autonoma di intraprendere un nuovo modello di sviluppo, imperniata su tre pilastri: sostegno all’imprenditoria, partenariato pubblico/privato e capacità di rinnovarsi continuamente. Le politiche governative degli ultimi anni hanno infatti permesso alla Catalogna di uscire dalla crisi già dal 2011, ben prima del resto dell’UE. L’economia del Paese, infatti, per quanto ancorata al settore petrolchimico, ha dimostrato una straordinaria capacità di attrarre investimenti e rinnovarsi, rendendo Barcellona capitale europea delle ICT, polo finanziario e città dell’innovazione. La fitta ed estesa rete di relazioni internazionali, in grado di raggiungere Africa, Asia e Americhe, dimostra la proiezione geopolitica della Catalogna.

Al di là degli aspetti economici, il fattore propulsivo del movimento indipendentista catalano risiede, secondo i Catalani, nel consistente substrato storico-culturale e linguistico. Il percorso di emancipazione dalla Corona Spagnola risale infatti al XIII secolo e nel corso del Novecento ha vissuto una fase di rinascita a causa della repressione delle realtà culturali regionali perpetuata dal regime franchista. Il movimento indipendentista quindi non deve essere confuso con una semplice volontà di emancipazione economica ma fa parte di qualcosa di più ampio, presente in Spagna come in Europa. Il nocciolo della questione, ha affermato l’On. Paolo Tancredi, Vice Presidente della XIV Commissione Politiche dell’UE della Camera dei Deputati, è la costruzione di un’Europa che ponga al centro delle proprie politiche i territori e le regioni e che permetta un salto qualitativo per il Mediterraneo e per l’Unione nel suo complesso.

La Conferenza si è conclusa con un l’intervento incisivo di Raül Romeva i Rueda, Ministro degli Affari Esteri, Relazioni Istituzionali e Trasparenza del Governo della Catalogna. Il Ministro ha posto accento su ciò che a suo avviso il referendum del 1 ottobre rappresenta, non solo per il popolo catalano ma per l’Europa. La consultazione diretta offre infatti alla Spagna  un’occasione di dimostrare di essere una democrazia avanzata, in grado di rispettare i diritti fondamentali. Il referendum è appoggiato dall’80% dei catalani e questo, secondo Raül Romeva i Rueda, non può essere ignorato: le divisioni esistenti in Catalogna e in Europa non riguardano il favore o l’opposizione all’indipendenza, ma la volontà di risolvere la questione in modo democratico. Quale che sia il suo esito, la consultazione è comunque parte di un dibattito continentale, di un movimento diffuso che richiede a Bruxelles di ascoltare i propri cittadini, di attivare nuovi circuiti di sovranità e di costituire un’Europa che sia finalmente dei popoli.

(A cura di Silvia Astarita, collaboratrice del Programma «Eurasia» dell’IsAG)